Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Il detto popolare “piangere sul latte versato” equivale a dire che non serve a nulla piangere sui disastri, quando il danno è fatto. Invece il Gallo del mattino non trattiene le lacrimucce, e tento di consolarlo spiegandogli che 10.000 litri di latte buttato via equivalgono a 6000 euro, perché ai pastori sardi il latte viene pagato a 60 centesimi al litro. Fa segno di no, scuotendo i bargigli. Lo capisco. Viene da piangere perché abbiamo la percezione che venga sprecato un bene nutritivo di alto valore, soprattutto per i bambini. La sacrosanta protesta, ha avuto il giusto clamore nelle immagini trasmesse da tutti i media, ma è costata poco, tutto sommato. Se il latte costasse di più non si sarebbe sprecato quel ben di Dio. Le mucche e le pecore lo fanno gratis, ma i pastori non fanno solo la mungitura per portare sulle nostre tavole latte e formaggio. Mi viene da collegare il fatto di cronaca, che speriamo si risolva presto e bene, a un'altra denuncia fatta da un Vescovo italiano (Modena) nella Lettera alla città, rivolta “alla società civile ed ecclesiale” a favore della famiglia “grembo gratuito della vita”. Perché oggi la famiglia si rifiuta di generare figli “che costano” troppo? Siamo nel caso opposto del latte che costa poco. “Le politiche sociali più efficaci passano attraverso il sostegno alla natalità e quindi dovrebbero essere soprattutto politiche familiari. Troppe volte in questi ultimi decenni abbiamo sentito proclamare i “valori della famiglia” in modo astratto e retorico, senza un adeguato appoggio economico alla famiglia... I Paesi occidentali che hanno effettivamente sostenuto la famiglia con politiche sociali incisive e concrete a tutela della genatorialità, destinandovi risorse percentualmente maggiori e persino doppie o triple rispetto a quelle italiane, sono riuscite a frenare frenare l'inverno demografico. Le piste sono tracciate da tempo, come dimostrano le esperienze positive in questi Paesi: ingresso più celere dei giovani nel mercato del lavoro che riduca l'arco di scolarizzazione e l'età media del primo impiego; maggiori incentivi alla professionalità femminile che non costringa la donna a scegliere tra lavoro e maternità; la riduzione del costo dei figli attraverso il quoziente familiare, gli incentivi fiscali e la disponibilità dei servizi per l'infanzia a costo accessibile e ragionevole; le agevolazioni alle coppie che si impegnano a costruire una famiglie anche per l'accesso alla prima casa” (Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena-Nonantola, Lettera alla città, 31 gennaio 2019). La citazione è solo uno stralcio. La lettera dell'Arcivescovo merita una lettura approfondita da parte degli economisti e dei politici. Specialmente quelli di ultima generazione, che amano soluzioni “tampone”, promesse elettorali e non “politiche sociali e familiari” di lungo respiro. Il rischio? Di piangere sul latte versato, ancora una volta, tra qualche anno. Intanto abbiamo il Tav, di reddito di cittadinanza, i porti ben chiusi agli immigranti. Il Gallo ora tace. Così, per scuoterlo, gli do un'imbeccata: “Sai cosa disse un bambino, vissuto in città, alla domanda se sapesse da dove provenisse il latte?” Il Gallo: “Penso di sì; perché cosa disse?” Il bambino, che non aveva mai visto una mucca e una stalla, rispose della maestra: “Il latte lo fa il distributore automatico. Basta mettere un euro”.
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«Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.»
Nel Vangelo di Luca, le beatitudini si rivolgono a coloro che hanno già scelto il Signore, ai discepoli. Seguirlo significa abbandonare tutto (Lc 9,23), rinunciare agli agi (Lc 9,58), essere detestati (cf. Gv 17,14), allontanati dalle cerchie del potere, dai soldi e dall’onore (cf. Gv 16,2). Il credente che riesce dappertutto, che riceve dal mondo ossequi e considerazione, si metta a tremare, si inquieti perché sarà inghiottito e digerito dal mondo che ama possedere (cf. Gv 15,19). Non si tratta di demagogia né di paura della vita. Gesù non è un dotto professore di etica, né un sistematico autore di trattati di morale. La sua predicazione è una denuncia profetica: frasi corte e forti contrasti. Le sue parole rimandano a situazioni correnti: l’abbondanza dei beni, la ricerca insaziabile del piacere, il desiderio del successo e dell’applauso,... tutte queste pretese producono la vanità (danno una falsa sicurezza), rendono orgogliosi (ci fanno credere che siamo più importanti degli altri), divinizzano (molte persone adorano coloro che posseggono e si prostrano davanti a loro), induriscono (rendono incomprensivi e privi di solidarietà), corrompono (finiscono per opprimere, credendo di farlo anche con la benedizione di Dio). Le beatitudini ci avvertono seriamente: stabiliamoci nella verità di Gesù e cerchiamo di non sbagliarci nel momento decisivo.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,17.20-26)

«Beati i poveri. Guai a voi, ricchi. »
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
La scorsa settimana ci siamo lasciati sulle rive del lago di Genesaret. I pescatori hanno fatto l'esperienza strabordante della potenza della Parola di Gesù. Le reti vuote si sono riempite a dismisura. La delusione ha lasciato spazio allo stupore. Hanno lasciato tutto. Hanno seguito Lui. Mentre sulla pelle ancora stringe il morso del sale, le mani callose si devono abituare in fretta ad altre prese. Non più le funi dell'imbarcazione, ma le mani delle folle e dei malati. Subito dopo la partenza di Gesù con gli ex-pescatori, Luca intreccia racconti di guarigione, la chiamata di Levi e i primi contrasti di Gesù con scribi e farisei. Dall'alto del monte, dopo una notte di preghiera, il Maestro sceglie i dodici e li chiama apostoli. E' a questo punto che l'evangelista ci presenta il famoso discorso delle beatitudini. Mi piace sottolineare che esso è indirizzato ai discepoli che seguono Gesù e non alle folle in generale: "Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva..." (v.20). Questo è molto importante perché ci fa capire che Gesù non sta beatificando la povertà! Il Rabbì di Nazareth si rivolge a quelli che hanno lascito tutto, a quelli che lo stanno seguendo ribaltando la loro vita: beati voi, dice. Nel terzo Vangelo, a differenza di Matteo, le beatitudini sono una costatazione, una dichiarazione rivolta ai discepoli. E' su questa povertà, in questa fiducia totale nella parole di Gesù, che Dio può governare come un vero re, per questo "vostro è il regno di Dio". Non si parla ovviamente di uno spazio geografico, ma di una relazione. Se tu lasci tutto per Lui, Lui si prende cura di te. Tu sei beato, perché hai Dio come tuo custode. Lo abbiamo ascoltato anche nella prima lettura: "Benedetto l'uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia" (Ger 17,7). La beatitudine di Gesù è l'annuncio di una custodia fedele per i discepoli che si espongono a povertà, fame, lacrime e incomprensione. Vorrei anche sottolineare che Gesù non si è limitato a proclamare queste beatitudini, ma soprattutto le ha vissute. Esse sono il suo ritratto. Lui è il povero che ha messo tutto nella mani del Padre. Lui è l'affamato, colui che piange, che è odiato e insultato. I discepoli non solo ricevono un annuncio di beatitudine, ma hanno davanti agli occhi il modello di ogni beatitudine: Gesù.

don Roberto Seregni
Sii benedetto Gesù, che non consacri l'indigenza, e non maledici il benessere, ma accetti il bisognoso senza augurare il male al ricco. Tutti tu chiami ad accoglierti e sentirsi condivisi. Benedetto Signore, che non consacri l'ingiustizia e la prepotenza del ricco, e nemmeno la miseria e la disperazione del povero. Tutti tu chiami alla pace nella comunione del pane. Benedetto Signore Gesù che proclami beati i bisognosi. E quanti possiedono e sono nell'abbondanza inviti a condividere, perché sfuggano alla maledizione della solitudine. Tutti tu ospiti! Gesù, nel bisogno io non disperi, nel benessere non ti dimentichi. Ma qualunque sia la mia condizione, disgraziata o fortunata, possa io sempre riporre in te la mia fiducia. Veramente beato chi ti accoglie Signore, facendo di te la sua fiducia. Affidandosi alle tue cure, usufruendo delle tue premure. Consegnandosi alla tua provvidenza. Non seguendo cattivi consigli. Non indugiando in pensieri empi. Non sedendo accanto agli stolti. Ma condividendo con te la sua fatica, lesto scorre il passo nel cammino! Come albero piantato lungo il fiume, che stende verso l'acqua le radici, rigoglioso, pieno di vita, fecondo, sempre verde e carico di frutti!
La bella notizia è che Dio ha un debole per i deboli, li raccoglie dal fossato della vita, si prende cura di loro, fa avanzare la storia non con la forza, la ricchezza, la sazietà, ma per seminagioni di giustizia e condivisione, per raccolti di pace e lacrime asciugate. E ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovolgimento, una alternanza, perché i poveri diventeranno ricchi. No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato.

Disegno di Sergio Toppi

Viviamo di Gesù Cristo perchè lui che in me pensa, è lui che in me vuole, è lui che in me, nel mio cuore ama, ama Iddio e ama le anime (AP 1959, p.19).

Lo stile cristiano è quello delle Beatitudini: mitezza, umiltà, pazienza nelle sofferenze, amore per la giustizia, capacità di sopportare le persecuzioni, non giudicare altrui … E quello è lo spirito cristiano, lo stile cristiano. Se tu vuoi sapere come è lo stile cristiano, per non cadere in questo stile accusatorio, lo stile mondano e lo stile egoistico, leggi le Beatitudini. E questo è il nostro stile, le Beatitudini sono gli otri nuovi, sono la strada per arrivare. Per essere un buon cristiano si deve avere la capacità di recitare col cuore il Credo, ma anche di recitare con il cuore il Padre Nostro.

Omelia Casa Santa Marta - 21 gennaio 2019

Siamo a Londra. In una vasta e tumultuosa via alberata di Londra. Strepito di cavalli e di carrozze, vociare di mercanti e di strilloni. Trambusto di uomini e di mezzi. Chi corre perché ha fretta. Chi passeggia. Un po' di tutto. Un via vai continuo. Ma ecco... quel signore che si è fermato. Pare in ascolto. Ma di che? Trattiene per un braccio l'amico e gli sussurra: "Senti? C'è un grillo!". L'amico lo guarda stralunato: com'è possibile sentire il cri-cri di un grillo in quel mondo di rumori? "Ma cosa dice, professore? Un grillo?!". E il signore, che si è fermato, come guidato da un radar, si accosta lentamente a un minuscolo ciuffo d'erba ai piedi di un albero. Con delicatezza sposta steli e dice: "Eccolo!". L'amico si curva. E' davvero un piccolo grillo. Stupore per il fatto del grillo a Londra. Ma doppio stupore per averlo sentito. D'accordo. Per avvertire certe "voci", occorre grande capacità d'ascolto. E quel signore ce l'aveva. Era il grande etmologo francese Jean Henry Fabre. E la sua grande capacità di ascolto era rivolta in modo specifico al mondo degli insetti. "Ma come ha fatto a sentire il grillo in tutto questo chiasso?" domanda l'amico al signor Fabre, mentre riprendono il cammino. "Perché voglio bene a quelle piccole creature. Tutti sentono le voci che amano, anche se sono debolissime. Vuoi che proviamo?". Il signor Fabre si ferma. Estrae dal borsellino una sterlina d'oro e la lascia cadere a terra. E' un piccolo din, ma una decina di persone che camminano sul marciapiede si voltano di scatto a fissare la moneta. "Hai visto" dice il signor Fabre, "Queste persone amano il denaro e ne percepiscono il suono, anche tra lo strepito più chiassoso". Per avvertire certe "voci" occorre una grande capacità di ascolto. E la capacità di ascolto di certe "voci" c'è, se tu quelle "voci" le ami. Il signor Fabre è stato un grande nel mondo degli insetti per la sua capacità di ascolto, scaturitagli dal suo amore verso quelle piccole creature. Chi vuol diventare "grande" - in qualunque campo, soprattutto nel "campo" di Dio" - deve avere una grande capacità di ascolto.
Bruno Ferrero


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