Un piccolo omaggio in occasione dell'anniversario della scomparsa del nostro caro don Tommaso Mastrandrea.

GRAZIE TOM!

                         

“Nessuno ha un amore più grande”
Una domenica di riflessioni, letture ed arte per Luisa Guidotti Mistrali al Centro Alberione

Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”.

Questa frase è su una targa a migliaia di km  in Zimbabwe al Luisa Guidotti Hospital, dove lei aveva lavorato e che dal 1983 porta il suo nome.

È il 24 aprile, domenica della Divina Misericordia. La guerra in Ucraina continua, i profughi a scappare, mentre il Papa invoca la pace.

Lucia ha 93 anni, è una profuga istriana e conosce bene il significato di quella frase per Luisa. Don Mimmo e la dr.ssa Mariani ci tenevano tanto che fosse presente. Oto Covotta è un artista di Carpi ed è arrivato con Stefano Golinelli, giovane docente di religione, perchè ha voluto dedicare una sua opera a Luisa. Rita è una giovane scrittrice di romanzi, che arriva con la mamma da Reggio Emilia per partecipare all'evento. L'invito al Centro Alberione è per ricordare Luisa e riflettere in un pomeriggio tra “Parole ed arte”. Il clima è famigliare per un'occasione particolare.

Tra i primi Giulio è già seduto insieme alla moglie: anche lui è cresciuto in San Domenico e dal 1987 è impegnato ad aiutare vari missionari, come il fratello Padre Giorgio Gagliani e le colleghe di Luisa, tramite un'associazione “Progetto Casa Aperta”, che ora è un' ODV del Terzo settore.

Arriva anche la Dr.ssa Cavazzuti, che aveva pubblicato le lettere di Luisa con il libro “Shona con gli Shona”, da poco ripubblicato ed ora disponibile anche in ebook. Poi parenti, altri amici ed amiche.

Sulle note di una canzone a lei dedicata, scorrono le immagini. Si alza il sipario, si svelano le opere di Oto e Stefano inizia la sua intervista tra riflessioni, lettere di Luisa e colori vivaci sulle tele. Nella sua apparente semplicità dipinge ispirato dal mistero della Fede. Stefano riesce a svelare la profondità del messaggio. La tavola sembra quella cartesiana per moltiplicare l'amore, di cui è stata capace Luisa, prendendosi cura dei più fragili, che nel dipinto fioriscono da un terreno di lattine schiacciate dietro un muro di filo spinato. L'immagine riporta alla mente le parole del Papa contro la cultura dello scarto e i muri dell'indifferenza. I colori sono forti, vivaci come il carattere di Luisa e il suo amore sconvolgente, sino a dare la vita per loro.

Stefano nota poi una di quelle “Dioincidenze”, che come “semi di santità” accompagnano la storia di Luisa. E' stata uccisa nel 1979 dopo aver portata a partorire una donna di colore: una vita per una nuova vita. Era il 6 luglio, giorno in cui fu ucciso come martire anche San Thomas More, a cui Luisa era affezionata per i suoi scritti e la sua ironia. Aveva coniato la parole “utopia”, per una società ideale. Luisa lo sentiva vicino nella solitudine e nelle difficoltà degli ultimi mesi: lo aveva scritto prima di essere uccisa, in quello stesso giorno. Il foro del proiettile è sulla croce nell'ambulanza di Luisa, dove è morta dissanguata. Che dolore per chi la amava. Lucia nel sottofondo continua a ripetere “mamma mia”, mentre una nipote di Luisa, Marialaura, le tiene una mano.

La riflessione di Don Mimmo è proprio su quella frase del Vangelo di Giovanni 15,13-17. “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”.  Gesù stava spiegando l'amore eterno con parole semplici come coltivare la vite, i tralci e i molti frutti, come quelli di Luisa. Quel popolo, le ragazze africane che hanno studiato, l'ospedale cresciuto fino ad essere uno dei migliori del paese, la sua allieva entrata nella stessa associazione AFMM, poi direttrice del St. Albert Hospital e coordinatrice di 53 ospedali contro HIV, poi Julia, Neela e ad altre colleghe che proseguono la missione, ma non solo. In quei colori e in quelle mani sono riflessi i volti, gli sguardi, l'impegno  invisibile di amici e parenti che hanno creduto e sostengono ancora questa storia di amicizia.

Ora come è possibile nella follia di questo mondo, tra guerre e crisi anche energetica, sociale ed ambientale? Tutti i nodi sembrano venire al pettine, ma le riflessioni di Stefano e Don Mimmo applicate al dipinto svelano anche altro?

Da alcuni mesi la storia di Luisa è nel progetto delle “Parrocchie sostenibili” per dimostrare che l'Agenda 2030 e la “Laudato si'” non sono “utopia” e sta girando in alcune scuole della città. Non sapevo del collegamento con San Thomas More: quel dipinto sembra quasi una matrice di materialità per uno sviluppo sostenibile applicato già da Luisa e per quella sua santità della porta accanto, di cui il Papa parla nella “Gaudete et exultate” come martire della carità. Anche i colori possono richiamare l'Agenda 2030: il verde del Goal 3 “salute e benessere” per Luisa come medico; il giallo del Goal 2 contro la fame nel mondo, per le regole alimentari, il rosso del Goal 5 sul muro di filo spinato, contro il quale Luisa ha valorizzato le donne in famiglie, ma anche come infermiere e medici; il fucsia del Goal 10 contro le diseguaglianze, fino a dare la vita.

Luisa parla anche a noi? Il volto nel dipinto è un grido silenzioso, ma non è di dolore. Le sue armi  sono disarmanti: sono carta, penna e macchina fotografica, il camice e lo stetoscopio, professionalità, ironia, coraggio e fede; sono la riconoscenza e la presenza di Lucia insieme ad amici e parenti.

Tutto questo è stupore! E' il mistero, che ha portato Oto a dipingere, Stefano a raccontare e Don Mimmo ad invitarci e farci riflettere; è negli sguardi dei presenti, nei loro sorrisi dietro alle mascherine e nell'atmosfera calorosa anche tra perfetti sconosciuti. È nell'immagine di Lucia e Rita che, pur non essendosi mai viste prima, si salutano come amiche piene di gioia. Anche per chi non ha conosciuto Luisa di persona, questa è una storia di Vite vera .

Il prossimo invito è per il 17 maggio. Luisa compie 90 anni e per lei la S.S. Messa sarà celebrata dall'Arcivescovo Erio alle 18,00 in Duomo, dove è sepolta.

Giorgia Sereni Casali

 

Luisa's song - per Luisa Guidotti

 
 

La famiglia secondo David Lynch

 

Il Papa Paolo VI ha detto di lui

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Paolo VI ha detto di don Alberione

 

Il 28 giugno 1969, Paolo VI riceve in udienza speciale Don Giacomo Alberione, anziano, che ormai ha ceduto le redini della sua opera ai figli e vive più di preghiera che di attività. Il Papa, ammiratore di lui da sempre, gli conferisce la Croce Pro Ecclesia et Pontifice.

Poi, davanti a un larga rappresentanza della Famiglia Paolina, tesse questo elogio:

“Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all'opera (secondo la formula tradizionale: “ora et labora”), sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni”.

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