Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Durante la recente visita di Papa Francesco a Panama, in occasione della GMG (Giornata Mondiale della Gioventù, 34a), una fotografia è diventata “virale”, cioè ha fatto il giro del mondo sui social media. L'ha scattata Carlos Yap, un illustre sconosciuto, per immortalare l'incontro tra l'amico Lucas e Papa Francesco, mentre passa davanti a una clinica, che si trova lungo la strada. Lucas è un giovane paralitico seduto su una sedia a rotelle, tenuta più in alto del muro della folla da un gruppo di amici. Non importa lo forzo per la lunga attesa: vogliono che veda il Papa per esaudire un suo desiderio. L'incontro tra Lucas e Francesco avviene, nei pochi attimi di uno sguardo, che Carlos, il fotografo, ha immortalato con la sua fotocamera e che ha emozionato il mondo intero. Averne di questi amici. Averne sguardi così, carichi di speranza. Molti hanno accostato il gesto all'episodio del Vangelo di Luca (5, 17-25) che racconta come un gruppo di amici, per superare la folla, calano davanti a Gesù un paralitico dal tetto della casa in cui si trovava, affinché lo veda e lo guarisca. Solo Lui può farlo. Il Gallo del mattino mi fa cenno con la testa (ormai ci conosciamo e ci capiamo al volo) per dirmi che siamo tutti in qualche modo paralitici e che ci vorrebbero degli amici che ci aiutino a camminare con qualche speranza nel cuore. Poi, mi indica la Lettera alla città di Don Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena, che ha scritto il consueto messaggio del 31 gennaio in occasione della solennità di San Geminiano, Patrono della Diocesi Modena-Nonantola. Si intitola “Seminatori di speranza”, e subito il pensiero va a Lucas, il ragazzo panamense sulla sedia a rotelle, e ai suoi amici. Comincio la leggere. “La speranza non è solo l'ultima a morire, come dice il proverbio, ma è soprattutto la prima e fondamentale spinta a vivere”. Don Erio si pone sotto la sedia a rotelle per tenerla in alto insieme con Papa Benedetto XVI (Enciclica Spe salvi), con San Paolo (Lettera a Romani), con San Geminiano (esorcista contro la sfiducia), e volgendosi alla comunità cristiana e civile pone la “questione demografica” come il paralitico da guarire. Da alcuni anni, in Italia, nascono meno bambini di quanti adulti muoiono. Si svuotano le culle e si allargano i cimiteri. Si allunga la vita, ma la popolazione invecchia, crescono le nostalgie e diminuiscono le speranze. Siamo in una prolungata stagione invernale: sotto zero per la vita. Occorre una speranza sociale che progetti una possibile prossima primavera. Intanto “buena esperancia”, a Lucas e a tutti quelli che hanno ricevuto il dono della vita.

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«Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei»
Perché gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché avvertono in lui un personaggio “scomodo”, che li sveglia dal loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono, invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal vangelo e dal modello di Cristo. A Nazaret rifiutano Gesù, perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire all’ammonimento del profeta. Il mondo ha bisogno di profeti del vangelo. Oggi più di ieri. Anch’io sono invitato a essere profeta, cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture, conversazioni, impegno di carità, attenzione all’uomo, ecc. Debbo chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno stimolo al bene? Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera. Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)

«Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei»
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Oggi parliamo di come Dio sia venuto a parlare di sé e di come noi ci rifiutiamo di ascoltarlo. Le ragioni del rifiuto sono evidenti: Gesù è un Messia banale, poco spettacolare, non corrisponde ai criteri minimi di serietà del profeta standard. La Chiesa necessita di profezia e di profeti, di posizioni scomode e all'apparenza irriguardose per mantenere vivo il carisma fecondo del vangelo. È bello che ancora oggi ci siano dei cristiani che, sentendo di appartenere alla Chiesa, compiono scelte di pace e di giustizia a volte estreme che richiamano tutti, cristiani in primis, alla coerenza. Guai a spegnere lo spirito della profezia! A volte è la Chiesa intera a dover essere segno profetico nel mondo, come quando, finalmente!, assume un netto rifiuto di ogni forma di violenza e di guerra, fosse anche motivata da nobili ragioni (che quasi mai si rivelano del tutto nobili). Nello stesso tempo bisogna distinguere i profeti dai rompiscatole. In ogni comunità c'è il polemico che si sente un pochettino profeta, in ogni presbiterio il prete che assume posizioni forti. Gesù invita a mitigare la severità e la polemica mettendo al centro di ogni relazione, sempre, il bene maggiore dell'amore. Anche i profeti, insomma, devono stare attenti a non porsi fuori dalla norma assoluta del vangelo come ci ricorda con forza san Paolo. Amore che esige franchezza e richiamo, certo, ma pur sempre amore.

Paolo Curtaz
O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo.
Sono due le riflessioni che possiamo fare in quanto discepoli. In chi ritroviamo l'incarnato il nostro agire. Siamo come il nostro Maestro, a volte, rifiutati o respinti o emarginati, per amore del Suo Nome? Non meravigliamoci. Il Signore ci ha detto che in quanto suoi discepoli saremo perseguitati, ma Lui sarà sempre con noi...

Disegno di Sergio Toppi

L’apostolato divenga l’esercizio della carità. L’apostolato che esercitate è tutto un’opera di misericordia. (Vademecum, 999).

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). L’“oggi”, proclamato da Cristo quel giorno, vale per ogni tempo; risuona anche per noi in questa piazza, ricordandoci l’attualità e la necessità della salvezza portata da Gesù all’umanità. Dio viene incontro agli uomini e alle donne di tutti i tempi e luoghi nella situazione concreta in cui essi si trovano. Viene incontro anche a noi. È sempre Lui che fa il primo passo: viene a visitarci con la sua misericordia, a sollevarci dalla polvere dei nostri peccati; viene a tenderci la mano per farci risalire dal baratro in cui ci ha fatto cadere il nostro orgoglio, e ci invita ad accogliere la consolante verità del Vangelo e a camminare sulle vie del bene. Lui viene sempre a trovarci, a cercarci.

All’Angelus - Piazza San Pietro - Domenica, 31 gennaio 2016

Il bambino arrivò a casa in lacrime. Il nonno gli corse incontro e lo strinse tra le braccia. Il bambino continuò a singhiozzare. Il nonno lo accarezzò, cercando di calmarlo. «Ti hanno picchiato?» gli chiese. Il bambino negò scuotendo la testa. «Ti hanno rubato qualcosa?». «No» singhiozzò il bambino. «Ma che ti è successo, allora?» fece il nonno, preoccupato. Il bambino tirò su con il naso, poi raccontò: «Gio­cavamo a nascondino, ed io mi ero nascosto proprio bene. Ero là che aspettavo, ma il tempo passava... Ad un certo punto sono uscito fuori e... mi sono ac­corto che avevano finito di giocare ed erano andati tutti a casa e nessuno era venuto a cercarmi». I singulti gli scuotevano il piccolo petto. «Capisci? Nes­suno è venuto a cercarmi». «Verso sera l'uomo e la donna sentirono che Dio, il Signore, passeggiava nel giardino. Allora, per non incontra rio, si nascosero tra gli alberi del giardino. Ma Dio, il Signore, chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». L'uomo rispose: «Ho udito i tuoi passi nel giar­dino. Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto» (Genesi 3,8-10). L'episodio riguarda tutti gli uomini di tutti i tem­pi. Soprattutto gli uomini della nostra generazione. «Dove sei?». Forse ti sei nascosto. Per paura. Per vigliacche­ria. Per pigrizia. Ma Dio continua a cercarti. Dopo aver ascoltato la parabola del tesoro na­scosto nel campo, al catechismo, un bambino disse: «Dio, per te io sono un tesoro!». Non era proprio questo il senso della parabola, ma aveva ragione il bambino.

Bruno Ferrero


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