Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Siamo in Cirenaica, Libia, oggi. Le truppe dell'uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, puntano su Tripoli, la capitale. Haftar dalla sua roccaforte di Tobruk mostra i muscoli contro l'oppositore Fayez Sarraj che controlla il parlamento di Tripoli. Venti di guerra che rendono improbabile la conferenza di pacificazione, prevista per il 14-16 aprile, sotto l'egida dell'Onu.
Il Gallo del mattino mi richiama, e mi esorta a distogliere lo sguardo dai “cirenei” armati di oggi, per rivolgerlo a Simone il Cireneo, quello che aiutò Gesù a portare la croce al Calvario, citato dai Vangeli di Marco (15, 21-22), Matteo (27, 32) e Luca (23, 26), figura alla quale fa riferimento la quinta stazione della Via Crucis.
Simone il Cireneo, dopo il processo a Gesù e la condanna a morte per crocifissione, si trova nei paraggi. È un immigrato, libico, certamente non di pelle chiara, e svolge lavori subalterni, perciò “lo costrinsero a portare la croce di Gesù” (Mc 15, 21). Risulta integrato, dal nome che porta e che ha dato ai due figli, Alessandro e Rufo, nomi certamente non cirenaici.
Lungo il tragitto, non una parola tra Gesù e il Cireneo, che però avranno incrociato inevitabilmente i loro sguardi. Gesù e i Vangeli lo consacrano come figura simbolica di tutti coloro che aiutano il prossimo a portare la croce della sofferenza senza chiedere nulla in cambio, se non la risposta a una domanda, che ci tormenta da sempre, rivolta proprio a lui il Crocifisso: perché tanta indifferenza davanti all'ingiustizia, alla violenza, al male?
Eccoci giunti sul calvario. Il lavoro del Cireneo è finito, e scompare dalla scena per sempre. <<Non del tutto>>, bisbiglia il Gallo del mattino. Nel 1941 , nella valle del Cedron, vicino a Gerusalemme, è stato ritrovato un ossario, risalente al I sec. d. C., contenente le spoglie di una famiglia originaria di Cirene. È citato, in particolare, il nome di “Alessandro di Cirene, figlio di Simone”. Gli studiosi ritengono plausibile l'ipotesi che l'ossario ospiti i resti della famiglia di Simone il Cireneo, che il Vangelo di Marco identifica appunto come "padre di Alessandro e Rufo".
Buona settimana santa, in particolare a tutti gli imitatori silenziosi del Cireneo.

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«Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Festeggiamo oggi l’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo. La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi. Ma nella sofferenza risiede la vittoria. “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano le parole che richiamano l’antico inno cristiano sulla kenosi citato da san Paolo: “Per questo Dio l’ha esaltato al di sopra di tutto”. L’intera gloria del servo di Iahvè è nello spogliarsi completamente, nell’abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: “Per questo”. L’elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati. Poiché la divinità è l’amore. E l’amore si è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla croce dalla quale è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre. “Dopo queste parole egli rese lo spirito”, e noi ci inginocchiamo - secondo la liturgia della messa - e ci immergiamo nella preghiera o nella meditazione. Questo istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a ciascuno di noi. Che cosa dirò al Crocifisso? A me stesso? Al Padre?

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19,28-40)

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Lo spettacolo della Croce
E' uno spettacolo, dice Luca nel suo Vangelo. Sì, lo spettacolo dell'amore. Quello vero. Quello che lascia senza fiato. L'unico per il quale si può morire. O morirne. E' la spettacolo della passione, quella di Gesù per me, per te. Sì, caro amico, Gesù è appassionato di te. Tu sei la Sua passione. E' lo spettacolo del Figlio di Dio che svela nella sua nudità crocifissa il vero volto di Dio. Nessun effetto speciale, nessuna flotta di angeli soccorritori, nessuna controfigura. Lui nudo, straziato, scarnificato è la trascrizione più vera del volto di Dio. Quell'uomo appeso alla croce, abbandonato e tradito è il nostro Dio. Prima di andare avanti, mi chiedo e ti chiedo, se davvero lo vogliamo un Dio così. Un Dio senza bacchetta magica, che si china sui piedi zozzi dei suoi discepoli e li lava con cura, un Dio che consegna la sua memoria nel fragile gesto del pane spezzato, che non toglie il dolore ma lo condivide, che non ci salva dalla morte ma nella morte, che perdona e persino giustifica i suoi assassini, che muore abbandonato da tutti i suoi amici, che nella solitudine più totale e straziante non maledice ma consegna il suo spirito al Padre. Sicuri, cari amici? Lo vogliamo un davvero un Dio così? Eccolo. Il Rabbì condannato a morte per bestemmia sale al Calvario. Il suo corpo è già distrutto dai colpi dilanianti del flagello e ora, sulle sue spalle scavate a carne viva, viene gettata la trave della Croce. Sale attraverso la folla distratta del mercato di Gerusalemme, folla infastidita da quel macabro corteo. Forse qualcuno di loro aveva gridato "Osanna al figlio di Davide"... Ma ora no, non più. Povero Gesù, ha fatto propria una brutta fine, doveva stare più attento, più furbo, più cauto. Peccato, davvero. Dicono che è stato uno dei suoi a tradirlo... Gesù sale, il peso della Croce e della solitudine lo schiacciano. Cade. Si rialza. Da sotto la corona di spine scruta i curiosi sulla via del Calvario, cerca qualcuno dei suoi amici, dei dodici. Non sono passate nemmeno ventiquattrore da quando la presa sicura delle mani del maestro ha inciso un sigillo d'amore sui loro piedi. Ancora se lo vedono in ginocchio, davanti a ciascuno di loro, uno per uno. Pure per Giuda, il traditore. Ma ora la paura e la delusione sono troppo forti. Loro si aspettavano altro, attendevano una rivelazione potente, una presa di possesso trionfale della capitale terrena del Regno di Dio, e invece... Invece Gesù schiatta sotto la Croce. Cade, ancora. Questa volta si rialza a fatica. Il legno è troppo pesante, le ferite sulla schiena bruciano come il fuoco. Il Rabbì non ce la fa più. "Deve arrivare vivo in cima al Calvario", si dicono i soldati. Ed è l'ignaro Simone di Cirene a farne le spese. Nessun amico ha alleggerito la salita del maestro. Nessuno dei suoi ha prestato le spalle, le hanno girate. E basta. Il Cireneo, di ritorno dai campi, è caricato della croce. Gesù barcolla. Sale. Ogni passo è uno strappo. Ci siamo. Il corteo è arrivato in cima, sul luogo detto Cranio. Gesù è terra. I polsi schiacciati sulla trave. Per la prima volta il falegname Gesù è dalla parte del legno. Conosce il rumore del martello sui chiodi, ma non il tonfo sordo e straziante della carne. Su quel legno finisce il cammino del Rabbì. "Salva te stesso" gridano i capi, i soldati e uno dei malfattori. "Salta giù, forza! Sorprendici con uno dei tuoi bei miracoli! Non sei forse il salvatore? Allora salvati e crederemo in te! Coraggio, cosa aspetti! Non hai detto che il Padre ti ha mandato, che tu sei il Cristo? Dove sono gli angeli di Dio? Perché non vengono a salvarti?" Ma la logica di Gesù è un'altra. Non è salvandosi che dona salvezza, non è facendo piazza pulita dei suoi avversari che svela la sua potenza, non è con un colpo di scena finale che rende evidente la sua regalità. No, non è lo stile di Gesù. Lui sulla Croce ci rimane. E' perdendosi che dona salvezza, è con la sua impotenza che svela la sua forza, è rimanendo appeso alla croce che svela la nuova regalità dell'amore. Ora siamo alla fine. Ogni respiro è una frustata. L'ultima parola è per il Padre, a Lui il Figlio riconsegna lo Spirito. E poi il silenzio. Tutti gli occhi sono puntati su di Lui. Poi verranno, lo porteranno via di corsa per metterlo nel sepolcro che il coraggioso Giuseppe d'Arimatea metterà a disposizione per Gesù. Le donne si organizzeranno per preparare il suo corpo alla sepoltura. I dodici si sprangheranno nel loro rifugio, paurosi e codardi. I cuori di tutti i discepoli del Rabbì di Nazareth saranno invasi dal dolore, dalla tristezza e dalla delusione. E' andata ancora così: il forte ha vinto, il debole ha perso. La solita storia. Dovevamo aspettarcelo. Chiuderanno il sepolcro e seppelliranno pure tutte le speranze che Gesù aveva acceso nei loro cuori. Un fuoco inutile. Ma i discepoli ancora non sanno. Ascoltano il silenzio e pensano che sia la fine. Invece no, quel silenzio è quello prima della tempesta, è il silenzio che precede l'esplosione. L'Amore non può stare a marcire in un sepolcro. L'Amore, quello di Gesù, lo farà esplodere. E sarà Pasqua.

Santa domenica delle Palme!!!
don Roberto Seregni
"Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa' che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione". Amen.
Facciamo festa e leggiamo la Passione; non sono due cose contrastanti, perché se facciamo festa è proprio perché Gesù accetta di sottomettersi alla Passione, prendendo così sulle sue spalle tanti pesi che altrimenti avremo dovuto continuare a portare noi. Facciamo festa anche perché sottomettendosi alla morte liberamente, da protagonista e non da vittima, Gesù ci apre alla speranza che esiste qualcosa che è più forte della morte. Per fare una festa, non basta avere gente, spazi, vini e bevande. Una festa riesce se è il risultato di un lavoro che ha creato qualche cosa di nuovo. Gesù ha lavorato tanto, e questa festa se l'è meritata.

Disegno di Sergio Toppi

Non si può fare il bene senza le persone. Tutte le opere son da farsi! Quanti apostolati son da farsi! Ma se non ci sono le persone, chi li fa? (AP 1958/1, p. 135).

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr Lc 19,38), gridava festante la folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo: agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del suo amore divino perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi.

P.za San Pietro-Domenica delle Palme e della Passione del Signore-20 marzo 2016

C'è un uomo che tiene appeso in salotto, nel posto d'onore, uno strano oggetto. Quando qualcuno gli chiede il perché di quella stranezza racconta: Il nonno, una volta mi accompagnò al parco. Era un gelido pomeriggio d'inverno. Il nonno mi seguiva e sorrideva, ma sentiva un peso. Il suo cuore era malato, già molto malandato. Volli andare verso lo stagno. Era tutto ghiacciato, compatto! "Dovrebbe essere magnifico poter pattinare", urlai, "vorrei provare a rotolarmi e scivolare sul ghiaccio almeno una volta!". Il nonno era preoccupato. Nel momento in cui scesi sul ghiaccio, il nonno disse: "Stai attento...". Troppo tardi. Il ghiaccio non teneva e urlando caddi dentro. Tremando, il nonno spezzò un ramo e lo allungò verso di me. Mi attaccai e lui tirò con tutte le sue forze fino ad estrarmi dal crepaccio di ghiaccio. Piangevo e tremavo. Mi fecero bene un bagno caldo e il letto, ma per il nonno questo avvenimento fu troppo faticoso, troppo emozionante. Un violento attacco cardiaco lo portò via nella notte. Il nostro dolore fu enorme. Nei giorni seguenti, quando mi ristabilii completamente, corsi allo stagno e ricuperai il pezzo di legno. È con quello che il nonno aveva salvato la mia vita e perso la sua! Ora, fin tanto che vivrò, starà appeso su quella parete come segno del suo amore per me! Per questo motivo noi cristiani oggi ci inginocchiamo dinanzi a quel legno, cui si è appeso l'Amore-Gesù; per questo teniamo nelle nostre case un "pezzo di legno" a forma di croce... Per ricordare come si ama, e a chi dobbiamo guardare per amare senza stancarci!
Bruno Ferrero

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