Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Il Gallo del mattino è tornato nel suo ufficio di Piazza Grande, a Modena, dopo il periodo estivo, con le penne piuttosto arruffate. Si è schierato totalmente con il partito del tortellino tradizionale, che nel ripieno usa rigorosamente carne di maiale: lombo, prosciutto e mortadella, mescolati con parmigiano reggiano, uova e noce moscata. Il neo cardinale arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, per la festa del patrono San Petronio, ha proposto invece un ripieno a base di pollo, per facilitare l'accoglienza di coloro che per motivi religiosi non mangiano carne di maiale. Apriti cielo. I puristi del tortellino hanno alzato gli scudi. Da grande estimatore del tortellino, tuttavia, una cosa vorrei dirla, pur essendo un forestiero: il tortellino si esalta e vive immortale soltanto nel buon brodo, arricchito di aromi come si deve (no panna). E gallina vecchia, si sa, fa buon brodo. Così mi ha nutrito e viziato per anni la Marisa, cognata memorabile di Parma, quando la domenica da Milano andavo a trovarla per abbracciare lei e i suoi figli, miei amatissimi nipoti. Ed ora il grande interrogativo: qual è l'aspetto positivo della disputa emiliana che mi ricorda La Secchia Rapita? L'ha fatto capire con chiarezza Mons. Zuppi: a Bologna, l'accoglienza è più gradita a Dio e agli uomini quando profuma di tortellino: a Torino, se ha l'aroma del tartufo bianco; a Bari, di strascinate con le cime di rapa. E via accogliendo. A proposito di accoglienza, quando siamo partiti per le vacanze avevamo lasciato l'Italia con i porti chiusi, ma al ritorno li abbiamo trovati riaperti grazie a un nuovo Governo di colore giallo rosso. Bene: era il desiderio di molti, oltre che del nostro Gallo che, il 21 luglio scorso, salutava i lettori con il desiderio che avrebbe voluto riaprire tutti i porti del mondo, come se la Terra fosse il Paradiso, dove per entrare non c'è bisogno di passaporto. 

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«Àlzati e và; la tua fede ti ha salvato!».
"La tua fede ti ha salvato". Il lebbroso samaritano, il solo straniero nel gruppo che è andato incontro a Gesù per supplicarlo. Il solo, anche, a ritornare sui suoi passi per rendergli grazie. Il suo gesto religioso, prostrarsi ai piedi di Gesù, significava anche che egli sapeva di non avere nulla che non avesse ricevuto (cf. 1Cor 4,7). La fede, dono di Cristo, porta alla salvezza. "E gli altri nove, dove sono?". Gli altri nove avevano obbedito all'ordine di Gesù e si erano presentati ai sacerdoti, dando così prova di una fede appena nata. Ma non hanno agito di conseguenza, una volta purificati, tornando verso Gesù, la sola via per arrivare al Padre (cf. Gv 14,6), mediatore indispensabile per la glorificazione di Dio. La misericordia di Gesù verso colui che non possiede altro chela sua povertà e il suo peccato, ma che si volge verso il Signore per trovare il perdono e la riconciliazione, non è solo fonte di salvezza personale, ma anche di reintegrazione nella comunità di culto del popolo di Dio. Nella Chiesa, la fede di coloro che sono stati riscattati diventa azione di grazie al Padre per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo (cf. Col 3,16-17).

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

«Àlzati e và; la tua fede ti ha salvato!».
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

Dalla Parola del giorno
"Gli altri nove dove sono?"

Non solo questione di pelle...
La Parola che la liturgia ci regala questa domenica, ci riporta a meditare sulla nostra fede. La scorsa settimana, con l'esempio del granello di senape, Gesù ci ha fatto scoprire che la fede non è solo questione di quantità, ma di qualità. La verità del mio rapporto con Dio non è la somma di quella che faccio o di quello che non faccio, ma è un cammino in profondità, alla ricerca dell' autenticità della relazione figliale con il volto del Padre rivelato dal Figlio. Oggi la Parola ci ributta in questa riflessione. I dieci lebbrosi sono ligi alle indicazioni della scrittura (Lv 13,46): si fermano a distanza e gridano per farsi sentire. Pure Gesù si mostra attento alla legge (Lv 5,12-14) e li invia dai sacerdoti per la dichiarazione di guarigione avvenuta. In questo incontro, però, c'è qualcosa che non quadra. Gesù invia i lebbrosi dai sacerdoti del tempio ancora prima che essi siano guariti. I dieci, pieni di fiducia, si mettono in cammino e lungo la strada si scoprono purificati dalla loro tremenda malattia. Sembra quasi che la guarigione sia un dono per l'abbandono e la prontezza che essi hanno dimostrato nel seguire le parole del Rabbì. Ma di questi dieci, solo uno - un samaritano... - torna a ringraziare. La liberazione della malattia si è dimostrata di gran lunga più facile della guarigione dall'ingratitudine. I nove ex-lebbrosi sono un' immagine realistica di una fede ancora diffusa, che ricorre a Dio come un celeste taumaturgo, un grande mago potente e misterioso che dispensa guarigioni a suo piacimento. Un Dio da ingraziare e da convincere. Un Dio da tirare dalla propria parte con abbondanti prestazioni religiose. Insomma: un Dio che non c'azzecca un tubo con il Padre rivelato da Gesù. Per questo, dicevo, dobbiamo curare la qualità della nostra fede. I guariti sono dieci, ma solo il samaritano è tornato a ringraziare. Ciò che fa la differenza è la guarigione del cuore. Non è solo questione di pelle, c'è una lebbra più profonda da cui purificarci. I nove si sentono a posto, si fermano alla superficie, hanno già avuto quello che volevano, perché tornare? Perché perdere tempo? Il samaritano, invece, torna dal Rabbì. Si inginocchia ai suoi piedi e lo ringrazia. Che bella questa gratitudine, quanto ne abbiamo bisogno! Siamo così anestetizzati, così assuefatti che diamo tutto per scontato e abbiamo perso la bellezza semplice della gratitudine verso Dio e fra di noi. Coraggio, cari amici! Mettiamo ancora sotto il vaglio del Vangelo la nostra fede, lasciamo che la Parola di Gesù trasfiguri e purifichi l'immagine di Dio che ci abita il cuore. Incamminiamoci sui sentieri della gratitudine e impariamo a lasciarci stupire dall'amore che ci circonda.

Buona Settimana
don Roberto Seregni
Signore, ho raccolto il miele buono delle tue parole dalla divina Scrittura; tu mi hai dato luce, mi hai nutrito il cuore, mi hai mostrato la verità. So che nel numero di quei lebbrosi, di quei malati, ci sono anch'io e so che tu mi stai aspettando, perché torni, pieno di gioia, a fare Eucaristia con te, nel tuo amore misericordioso. Ti chiedo ancora la luce del tuo Spirito per poter vedere bene, per conoscere e per lasciarmi cambiare da te. Ecco, Signore, apro il mio cuore, la mia vita, davanti a te... guardami, interrogami, risanami.
La fede non è semplicemente un atto di buona volontà che si dimostra con atti religiosi esteriori magari vissuti controvoglia e magari motivati dalla paura del castigo o dall'aspettativa del premio finale. La fede è riconoscersi guariti da Dio, raggiunti dal suo amore, anche se non ci siamo meritati nulla... La fede è rispondere a Dio con la ricerca di una relazione sempre più stretta con Gesù, sentendo il desiderio di conoscerlo in quel che fa e dice... La fede è far prevalere in noi un sentimento di gratitudine che scaccia via paure e risentimenti, calcoli e giudizi... La fede è sentire che abbiamo sempre da dire grazie a Gesù, perché non ci meritiamo nulla, ma da lui abbiamo tutto gratuitamente... Ecco qui il senso della nostra preghiera domenicale: rendere grazie a Gesù di quello che siamo e di quello che abbiamo. E il grazie vero non è tale se non accompagnato dal sorriso e dalla pace del cuore.

Disegno di Sergio Toppi

Pensare a innestarsi in Cristo Maestro, meditare quello che ha fatto, come è vissuto. Allora onorare Gesù Cristo Maestro, e sempre più innestare noi stessi in Gesù Cristo (FSP-SdC, 262).

"Non cadiamo nell'indifferenza che umilia, nell'abitudinarietà che anestetizza l'animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi."

Bolla di indizione del Giubileo straordinario, Misericordiae Vultus - 11 aprile 2015

Il volto di Gesù

In Sicilia, il monaco Epifanio un giorno scoprì in sé un dono del Signore: sapeva dipingere bellissime icone. Voleva dipingerne una che fosse il suo capolavoro: voleva ritrarre il volto di Cristo. Ma dove trovare un modello adatto che esprimesse insieme sofferenza e gioia, morte e risurrezione, divinità e umanità? Epifanio non si dette più pace: si mise in viaggio; percorse l'Europa scrutando ogni volto. Nulla. Il volto adatto per rappresentare Cristo non c'era. Una sera si addormentò ripetendo le parole del salmo: "Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto". Fece un sogno: un angelo lo riportava dalle persone incontrate e gli indicava un particolare che rendeva quel volto simile a quello di Cristo: la gioia di una giovane sposa, l'innocenza di un bambino, la forza di un contadino, la sofferenza di un malato, la paura di un condannato, la bontà di una madre, lo sgomento di un orfano, la severità di un giudice, l'allegria di un giullare, la misericordia di un confessore, il volto bendato di un lebbroso. Epifanio tornò al suo convento e si mise al lavoro. Dopo un anno l'icona di Cristo era pronta e la presentò all'Abate e ai confratelli, che rimasero attoniti e piombarono in ginocchio. Il volto di Cristo era meraviglioso, commovente, scrutava nell'intimo e interrogava. Invano chiesero a Epifanio chi gli era servito da modello. Non cercare il Cristo nel volto di un solo uomo, ma cerca in ogni uomo un frammento del volto di Cristo.
Bruno Ferrero

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