In base alle disposizioni civili ed ecclesiastiche

TUTTE LE ATTIVITA' DEL CENTRO CULTURALE SONO SOSPESE FINO A NUOVE DISPOSIZIONI

 

Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Ho visto uno slogan, tatuato e fotografato sull'avambraccio destro di una donna, che in inglese dice «Never give up», non arrenderti mai. Sembrano parole scritte per i giorni che stiamo vivendo. In realtà è una storia precedente al corona virus. La signora con il braccio tatuato si chiama Carlotta Fiorini, 35 anni, toscana, fortissima in palestra. Nel 2014 si ammala di «Linfoma non Hodgkin a grandi cellule B», cioè di un enorme cancro nel torace. Sostiene dolorosissime cure chemioterapiche e radiologiche, unite alla sentenza che non potrà diventare più madre. La guarigione invece, benedetto il Signore, arriva; ed arriva anche la gioia della maternità con la nascita di Isabel, Vittoria. «“Isabel, Vittoria” con la virgola perché questa è davvero la vittoria della vita. Perché dopo il cancro si può diventare mamma. Perché il fottuto “drago” si può sconfiggere», afferma Carlotta, detta, Totta, ora felicissima. Never give up, non arrenderti mai. Il tatuaggio è nato durante la chemioterapia ed è diventato lo slogan dell'associazione benefica «Totta per tutti». «Bello. Può diventare anche uno slogan per i nostri giorni», mi suggerisce il Gallo del mattino. «Sì, sono d'accordo. Però manca qualcosa nella storia, la lotta di Giacobbe contro Dio (Gn 32, 23-33). Sono convinto che anche lei, Carlotta, abbia alzato gli occhi al Crocifisso, per dire quanto fosse arrabbiata nell'anima. Ed ora, che tutto si è risolto bene, a chi dire grazie? Solo ai medici? Alla scienza? Mi viene in mente l'episodio dei dieci lebbrosi e di Gesù (Luca 17, 11-19). Uno solo, samaritano, dopo essere stato dai sacerdoti per i riti che dichiaravano la guarigione avvenuta, tornò da Lui per ringraziarlo. Maestro, chi ci dirà cosa dobbiamo fare dopo l'uscita dal tunnel?». «Questa volta, veramente, su cosa fare, mi pare sia stato detto tutto e bene: lavarsi le mani, restare a casa, non frequentare luoghi affollati, stare a un metro di distanza, starnutire e tossire nel gomito, E altre cosette. Le ricordo anch'io che sono immune al Covit-19. Perché dici che nessuno dà buoni consigli?». (O San Nicola, aiutami. Quando il gallinaccio fa il pavone, mi fa innervosire). «Dunque, cara e dolcissima colomba della pace mal riuscita, bestiola pennuta, intendevo parlare ai cuori che sentono il desiderio del Signore quando si fa sera nella vita. In quei momenti, oltre agli avvisi medico-sociali, servono altre cose. Segnati i quattro punti seguenti, che riguardano l'anima». Durante la quarantena-quaresima: 1. Prega nel segreto della tua camera e il Padre celeste ti ascolterà. 2. Recita una corona del Rosario al giorno, e la Vergine Madre ti assisterà. 3. Al mattino, medita un brano del Vangelo di Matteo, e sarai beato. 4. Alla sera, canta nel cuore l'inno dei Vespri: «Accogli, o Dio pietoso, le preghiere e le lacrime che il tuo popolo effonde in questo tempo santo. - Risplenda la tua lampada sopra il nostro cammino, la tua mano ci guidi alla meta pasquale».

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«Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».
La conversazione di Gesù con la Samaritana si svolge sul tema dell’“acqua viva”. Quest’acqua è indispensabile alla vita, e non è sorprendente che, nelle regioni del Medio Oriente dove regna la siccità, essa sia semplicemente il simbolo della vita e, anche, della salvezza dell’uomo in un senso più generale. Questa vita, questa salvezza, si possono ricevere solo aprendosi per accogliere il dono di Dio. È questa la convinzione dell’antico Israele come della giovane comunità cristiana. E l’autore dei Salmi parla così al suo Dio: “È in te la sorgente della vita” (Sal 036,10). Ecco la sua professione di fede: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio” (Sal 042,2). La salvezza che Dio porta viene espressa con l’immagine della sorgente che zampilla sotto l’entrata del tempio e diventa un grande fiume che trasforma in giardino il deserto della Giudea e fa del mar Morto un mare pieno di vita (Ez 47,1-12). Gesù vuole offrire a noi uomini questa salvezza e questa vita. Per calmare definitivamente la nostra sete di vita e di salvezza. “Io, sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Parola del Signore.

Dalla Parola del giorno
«…una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

Acqua viva
Dopo un breve soggiorno sul Tabor, illuminati dalla bellezza della Trasfigurazione di Gesù, la liturgia ci riporta nel deserto. Con l'evangelista Giovanni, che ci accompagnerà per le prossime domeniche, ci affacciamo sull'orlo dell'antico pozzo di Sicar per rivivere l'incontro tra Gesù e la donna samaritana. Il Rabbì di Nazareth, stanco per il viaggio e sfinito dal caldo torrido del mezzogiorno palestinese, si siede al pozzo di Giacobbe. Qui avviene l'incontro con la samaritana, seguito dalla strana richiesta di Gesù: "Dammi da bere" (v.7). Strana perché mai e poi mai quella donna si sarebbe aspettata una simile richiesta. Il fatto di essere donna, e per giunta samaritana, avrebbe dovuto scoraggiare quell'uomo giudeo a chiedere dell'acqua. E poi, se non bastasse, una donna che va al pozzo a mezzogiorno - quando tutti sono rintanati in casa - è una che ha qualcosa da nascondere. Richiesta strana, dunque. E la donna rimane disorientata: "Che vuole questo? Cos'è tutta sta confidenza? Il sole gli ha fatto perdere la ragione..." Vi devo confessare che mi piace questo Gesù che sceglie di aver bisogno di lei, che rompe gli schemi, che allunga la mano e chiede un sorso d'acqua pur di aprire uno spiraglio nel cuore di quella donna. Mi piace questo Messia che non si impone con la forza e la violenza, ma si propone con il suo bisogno per iniziare un dialogo con lei e guidarla alla scoperta della sua vera sete. Mi piace questo Rabbì che non giudica e non scaglia sentenze, ma accompagna con ferma dolcezza a scoprire qual è la vera arsura che rende inquieto il cuore. All'inizio la donna non capisce, fraintende le parole di Gesù, rimane legata all'aspetto materiale e indaga sulla fonte d'acqua miracolosa di cui parla questo interessante (e interessato...) straniero. La samaritana è pronta a partire, a mettersi in viaggio per raccogliere nella sua brocca l'acqua promessa dal quel Rabbì, l'acqua che fa passare la sete. Ancora non sa che il viaggio da intraprendere è il più difficile e stupendo che si possa immaginare: quello dentro se stessi in compagnia del Signore. Ma non un viaggio intimistico e chiuso, bensì una esplosione che sa coinvolgere e portare lontano le parole accolte nel cuore: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia il Messia?". Sento questo incontro tra Gesù e la donna samaritana molto vicino a noi, al nostro cammino di vivificazione quaresimale. Anche noi siamo chiamati a guardarci dentro, a dirci la verità come ha fatto la donna di Samaria. Forse anche per noi è giunto il momento di smettere di barattare la nostra vita cristiana con i surrogati della fede o con il "fai da te" dei buoni sentimenti religiosi. La nostra vita spirituale va irrigata con l'acqua viva dello Spirito, altrimenti ci troveremo tra le mani una fede senza Dio e un cristianesimo senza Cristo. Se ci lasceremo guidare dalle parole di Gesù, se anche noi metteremo a nudo le nostre false ricerche e le nostre immobilità, abbandoneremo l'anfora del passato per dissetarci alla fonte viva che è Cristo. Abbandoneremo l'anfora delle nostre paure, delle nostre ansie, delle nostre inutile preoccupazioni e pure noi avremo la forza di annunciare che Gesù è tutto quello che di più bello si possa desiderare per dissetare la nostra sete di infinito.

Buon domenica
don Roberto Seregni

Benedetto Gesù, per tutte le volte che stanco del viaggio, ti fai compagno del mio pellegrinare, invitandomi a bere la tua acqua e riposare. Pietà Gesù, per tutte le volte che superbo rigetto il dono. Pietà Maestro Gesù, per tutte quelle volte che rifiuto d'abbeverarmi alla sorgente della tua parola per ricevere luce sul mio cammino. Pietà Signore, per tutte le volte che t'impedisco d'illuminare il pozzo oscuro della mia condizione umana. Pietà Signore Gesù, per tutte le omissioni. Pietà per tutte le volte che faccio fatica a cedere la brocca della mia sapienza, di quanto posseggo di futile e d'inconcludente.
Questa pagina di Vangelo mi dice che Gesù è "la" al pozzo dove vado ad attingere acqua. Mi aspetta per dissetarmi con la sua Parola e la sua presenta intima. E il pozzo può essere una messa in Chiesa, un incontro di preghiera, un dialogo spirituale con un prete, una chiacchierata profonda con amici, in famiglia, nel luogo dove faccio volontariato, nel letto dove una malattia mi sta bloccando... e anche in una birreria a mezzanotte. Non ci sono limitazioni perché Gesù ci incontri e ci disseti... Riconosciamo che abbiamo sete di Dio... e lui ci disseterà.

Disegno di Sergio Toppi

San Paolo dal paradiso ci guarda con tenerezza, si può dire che vive con noi; sente tutti i palpiti del cuore, osserva tutti i nostri desideri... veglia su di noi nei pericoli, ci conforta nelle pene, ci ottiene dal Signore infinite grazie (APim, pp. 109-110).

In questo Vangelo, troviamo anche noi lo stimolo a «lasciare la nostra anfora», come ha fatto la Samaritana, «che corse in città per raccontare la sua esperienza straordinaria». L'anfora, infatti, è il simbolo di tutto ciò che «apparentemente è importante, ma che perde valore di fronte all'amore di Dio». E «tutti ne abbiamo una o più di una», «Io domando a voi, anche a me: "Qual è la tua anfora interiore, quella che ti pesa, quella che ti allontana da Dio?" Lasciamola un po' da parte e col cuore sentiamo la voce di Gesù che ci offre la sua acqua di Salvezza.

All’Angelus - Piazza San Pietro - Domenica 23 marzo 2014

Piccola sorgente (fonte non specificata)

Una tremenda siccità aveva ghermito la regione. L'erba era prima ingiallita e poi appassita. Erano morti i cespugli e gli alberi più fragili. Neppure una goccia d'acqua pioveva dal cielo e le mattine si presentavano alla terra senza la fugace frescura della rugiada. A migliaia gli animali piccoli e grandi stavano morendo. Pochissimi avevano la forza per sfuggire al deserto che ingoiava ogni cosa. La siccità si faceva ogni giorno più dura. Persino i forti, vecchi alberi, che affondavano le radici nelle profondità della terra, persero le foglie.Tutte le fontane e le sorgenti erano esaurite. Ruscelli e fiumi erano inariditi. Solo un piccolo fiore era rimasto in vita, perché una piccolissima sorgente dava ancora un paio di gocce d'acqua. Ma la sorgente si disperava e diceva : "Tutto è arido e assetato e muore. E io non posso farci nulla. Che senso hanno le mie due gocce d'acqua ? " Lì vicino c'era un vecchio, robusto albero. Udì il lamento e, prima di morire, disse alla sorgente: "Nessuno si aspetta da te che tu faccia rinverdire tutto il deserto. Il tuo compito è tenere in vita quel fiorellino. Niente di più". Siamo tutti responsabili di un fiorellino. Ma ce ne dimentichiamo spesso per lamentarci di tutto quello che non riusciamo a fare.

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