Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

 
«Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte».
“Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola...” (Lc 15,1-2). A un uditorio di mormoratori Gesù racconta le tre parabole dei perduti ritrovati. Quale nuova idea di Dio ci rivelano? Tra tutte le parabole sono indubbiamente le più sconvolgenti perché ci insegnano anzitutto che Dio si interessa di ciò che è perduto e che prova grande gioia per il ritrovamento di ciò che è perduto. Inoltre, Dio affronta le critiche per stare dalla parte del perduto: il padre affronta l’ira del figlio maggiore con amore, con pace, senza scusarsi. Gesù affronta le critiche fino a farsi calunniare, critiche che si riproducono continuamente e quasi infallibilmente. Perché tutte le volte che la Chiesa si ripropone l’immagine di Dio che cerca i perduti, nasce il disagio. E ancora, Dio si interessa anche di un solo perduto. Le parabole della pecorella perduta e della donna che fatica tanto per una sola dramma perduta, hanno del paradossale per indicare il mistero di Dio che si interessa anche di uno solo perduto, insignificante, privo di valore, da cui non c’è niente di buono da ricavare. Ciò non significa evidentemente che dobbiamo trascurare i tanti, però è un’immagine iperbolica dell’incomprensibile amore del Signore. Per questo l’etica cristiana arriva a vertici molto esigenti, che non sempre comprendiamo perché non riusciamo a farci un’idea precisa della dignità assoluta dell’uomo in ogni fase e condizione della sua vita (da Perché Gesù parlava in parabole , EDB-EMI 1985, pp. 125ss).

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)

«Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte».
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Dalla Parola del giorno

«…bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Il pastore innamorato

I farisei e gli scribi sono convinti di conoscere Dio, di custodirne la legge e il mistero. Chi meglio di loro, giusti e scrupolosi, può conoscere la verità del Dio dei padri? Chi meglio di loro si può fare interprete della Sua volontà che premia i giusti e punisce i peccatori, che da a ciascuno secondo il proprio merito? E poi, un giorno, è arrivato Gesù di Nazareth che opera miracoli di sabato, che sta con le prostitute, che tocca i malati, che parla con le donne, che recluta discepoli tra i pescatori di Galilea e siede a mangiare con i pubblicani e i peccatori e che, soprattutto, afferma che questo - il Suo - è il vero stile di Dio. I farisei e gli scribi mormorano davanti alla scelta di Gesù di cenare con i peccatori. Voglio però sottolineare che il dissenso non è tanto sulla cena in sé, quanto piuttosto sulla pretesa di Gesù che in quell'atteggiamento, in quella prossimità, in quella condivisione sia rivelato il vero volto di Dio. Un volto inedito, sorprendente, che sovverte i canoni teologici dell'autorità costituita. Da qui parte la mormorazione. Da qui nascono le tre parabole della misericordia che Luca incatena nel suo Vangelo. Ci fermiamo sulla prima, quella del pastore innamorato. Mi affascina questa parabola di Gesù che ci racconta di un Dio che si mette sulle nostre tracce, che ci cerca, che ci vuole venire a scovare nei nostri nascondigli. E' un Dio appassionato che non si cura del gregge rimasto incustodito, che non si accontenta di aspettare un ritorno, che non delega la ricerca, ma che si mette in marcia per colmare il vuoto insopportabile delle distanze. Ho conosciuto molte persone che si sono sentite scovate da Dio proprio nelle loro distanze e piccolezze; che quando mai se lo sarebbero aspettate, hanno avvertito la Sua presenza forte e consolante; che si sono sentire raggiunte dallo sguardo di Dio proprio quando nemmeno avevano più la forza di guardarsi allo specchio. Quello che svela Gesù è l'abbraccio del pastore che ti rialza e ti riporta a casa. Ti risparmia persino la fatica del ritorno, si carica Lui del tuo peso, delle tue fatiche. La tua storia, tutta intera, è nelle sue braccia. Tu devi solo lasciarti afferrare, abbassare la guardia, permettere che il suo amore raggiunga le tue ferite e avere il coraggio della novità. Animo, cari amici! Mentre tutti gli ingranaggi della vita delle nostre comunità ricominciano a mettersi in moto, custodiamo nel cuore la bellezza inaudita e sorprendente del Dio che il Rabbì di Nazareth ci ha svelato. Alleniamoci a testimoniare e a raccontare di questo pastore innamorato che si mette sulle nostre tracce, che fa di noi il suo tesoro più prezioso.

Buona Settimana
don Roberto Seregni
Grazie Signore per tutte le volte che mi hai abbracciato con le braccia di chi mi ha accolto così come sono, senza filtri e senza pretese. Grazie Gesù che mi hai fatto sentire le tue parole di perdono con le parole di chi mi ha perdonato anche quando non avevo nessun merito di essere perdonato. Grazie Dio perché mi hai sempre cercato anche quando mi sono messo su strade sbagliate e pericolose, ma mai irraggiungibili dalla tua bontà. Grazie perché mi hai fatto sentire prezioso come quella moneta persa in casa e che qualcuno cerca in tutti i modi anche se ne ha già altre. Mi hai cercato e ritrovato, e mi spingi a fare altrettanto specialmente con chi si sente perduto e lontano, non solo da te, ma anche da se stesso e dalla propria felicità. Grazie Signore Gesù, perché ho capito che non sei difficile da trovare e non metti filtri come posso fare io con qualche scusa o con la mancanza di speranza. Non sei difficile da incontrare! Fa' che possa dirlo anch'io a chiunque ti cerca e anche a coloro che hanno smesso di cercarti pensando di essere troppo lontani e troppo peccatori...

Quando mi confesso, può succedere che per me sia un semplice fatto di abitudine, un gesto ripetitivo...Ma per il Padre no. Per Lui è ogni volta un avvenimento che lo coinvolge totalmente, colmandolo di gioia. Ho mai pensato che in quel momento si realizzano nel senso più profondo le parole della parabola "Il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò"? "Donaci, o Padre, la gioia del perdono" (Sal. Resp.). Se infatti ci perdoni, saremo felici. Ripetiamolo spesso. Ma potremmo anche ribaltare l'espressione, captando il desiderio di Dio e sentendo il Padre che ci chiede: Donami la gioia di poterti perdonare!


Disegno di Sergio Toppi

Il Signore, avendo voluta la nostra Congregazione, vi ha disposto e preparato le persone, le grazie, i mezzi, il fine. Perciò a noi spetta solo di conoscere ed aiutare la vocazione, non di crearla (CISP, p.354).

Con queste tre parabole, Gesù ci presenta il volto vero di Dio: un Padre dalle braccia aperte, che tratta i peccatori con tenerezza e compassione. La parabola che più commuove – commuove tutti –, perché manifesta l’infinito amore di Dio, è quella del padre che stringe a sé, abbraccia il figlio ritrovato. E ciò che colpisce non è tanto la triste storia di un giovane che precipita nel degrado, ma le sue parole decisive: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (v. 18). La via del ritorno verso casa è la via della speranza e della vita nuova. Dio aspetta sempre il nostro rimetterci in viaggio, ci attende con pazienza, ci vede quando ancora siamo lontani, ci corre incontro, ci abbraccia, ci bacia, ci perdona. Così è Dio!

All’Angelus: Piazza San Pietro - Domenica, 11 settembre 2016

Il Perdono

C'è qualcuno lassù Un fedele buono, ma piuttosto debole, si confes­sava di solito dal parroco. Le sue confessioni sem­bravano però un disco rotto: sempre le stesse man­canze, e soprattutto sempre lo stesso grosso peccato. «Basta!» gli disse, un giorno, in tono severo il par­roco. «Non devi prendere in giro il Signore. È l'ulti­ma volta che ti assolvo per questo peccato. Ricordatelo!». Ma quindici giorni dopo, il fedele era di nuovo là a confessare il suo solito peccato. Il confessore perse davvero la pazienza: «Ti ave­vo avvertito: non ti do l'assoluzione. Così impari...». Avvilito e colmo di vergogna, il pover'uomo si alzò. Proprio sopra il confessionale, appeso al muro, troneggiava un grande crocifisso di gesso. L'uomo lo guardò. In quell'istante, il Gesù di gesso del crocifisso si animò, sollevò un braccio dalla sua secolare posizione e tracciò il segno dell'assoluzione: «Io ti assolvo dai tuoi peccati...». Ognuno di noi è legato a Dio con un filo. Quan­do commettiamo un peccato, il filo si rompe. Ma quando ci pentiamo della nostra colpa, Dio fa un nodo nel filo, che diviene più corto di prima. Di perdono in perdono ci avviciniamo a Dio. «Vi assicuro che in cielo si fa più festa per un pec­catore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Luca 15,7).

Bruno Ferrero

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