Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Non sapevo che il Gallo del mattino fosse un appassionato di ciclismo. L'ho scoperto, sabato 18 maggio, alla partenza del Giro d'Italia in occasione dalla crono-scalata di San Luca a Bologna, vinta da Primoz Roglic, 29 anni, sloveno. Dopodomani ci sarà l'altra tappa emiliana, la 10a, Ravenna-Modena di 147 km. La passione del nostro pennuto cresce, perché non dobbiamo dimenticare che il Gallo risiede a Modena. Il Giro d'Italia, corsa a tappe, ha avuto inizio nel 1909, esattamente 110 anni fa copiando dal Tour de France nato qualche anno prima, nel 1903. Le cronache inenarrabili di quel primo Giro, vinto da Luigi Ganna, cominciano con la tappa Milano-Bologna di 397 chilometri. Bologna c'era, come quest'anno. L'ultima volta è stata dieci anni fa, quando sull'erata di San Luca vinse l'australiano Simon Gerrans. Anche Fasto Coppi ha vinto sul traguardo di Bologna nel '46. Per noi poveri mortali rispetto ad allora, ci sono in più le piste ciclabili. Essere su una pista ciclabile, comunque, non esime dall'osservanza del codice stradale. Ricordiamocelo. Non siamo tutti Vincenzo Nibali o Peter Sagan, che in discesa vanno oltre i 80 all'ora. Il Giro d'Italia è affascinante non solo per l'aspetto storico-sportivo, ma anche perché la RAI ci permette, oggi, di scoprire dall'alto le bellezze naturali e storiche del nostro bel Paese. Vedere dall'alto è anche un modo proprio di osservare le vicende umane, che il Gallo preferisce. E voi, ricordate le prime pedalate in bicicletta? Quando siete rimasti in sella senza l'aiuto di nessuno? Momenti indimenticabili che vi facevano sentire liberi. Ma torniamo al Giro. Vallate, montagne, boschi, fiumi, coste, castelli, campanili, abbazie, prati, animali liberi, cascine e città. Un mondo che vive e pedala nella storia, nella quotidianità. Dall'alto scompaiono brutture e violenze, tutto è alla luce del sole. Emerge l'umanità. Amarcord. In un lontano Giro d'Italia, per motivi professionali, ero in una macchina della “stampa” che seguiva la corsa. Era il tempo di Adorni, Felice Gimondi e del campionissimo Eddy Merckx. La prima tappa era solo di trasferimento da Ostia a Civitavecchia, dove gli atleti si sarebbero imbarcati per la Sardegna. Eddy si attarda dietro il gruppo, poi si ferma. Per chi ha bevuto molti liquidi è una necessità, e noi ci fermiamo alla debita distanza. Passano cinque, dieci minuti un quarto d'ora e Merckx non riparte. Ma che succede? Il campione non sta bene? Sta creandosi un vuoto incolmabile. Macché, il belga rimonta in bici e riparte come una fucilata. Acceleriamo anche noi, e in 4 minuti riprende il gruppo, tranquillo. Per fortuna ci sono i campioni che tirano il gruppo. Se entriamo nelle case, nelle scuole, nelle fabbriche, negli ospedali, negli oratori, nei centri della Caritas, nelle chiese dove si celebra la Messa e si prega, troviamo dei campionissimi che nemmeno immaginiamo. Nessuno, alla fine della corsa consegnerà loro un trofeo, ma loro tirano la corsa dell'Italia che pedala, nonostante tutto. At salut.

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«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri».
Il Vangelo di oggi ci trasmette il testamento di Gesù. È diretto ai suoi discepoli, turbati dalla partenza di Giuda. Ma è anche diretto ai numerosi discepoli che succedono a loro e vivono il periodo di Pasqua alla ricerca di un orientamento. Sono soprattutto essi che trovano qui una risposta alle loro domande: Che cosa è successo di Gesù? Ritornerà? Come incontrarlo? Che cosa fare adesso? Sono alcune delle domande che capita anche a noi di fare. In fondo, il Vangelo ci dà una risposta molto semplice: è un nuovo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”. Ma se ci si dedica a seguire questo comandamento, ci si accorge molto presto che l’amore non si comanda. Eppure, se si è capaci di impegnarsi ad amare il proprio prossimo per amore di Gesù - come egli stesso ha fatto - si trova ben presto la risposta a parecchie altre domande. Ci si rende conto che il cammino di Gesù è un cammino di vita, per lui ma anche per molte altre persone intorno a lui.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,31-35)

«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri».
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Dalla Parola del giorno
«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri».

Come
Finalmente la primavera ha deciso di fare le cose seriamente. I meleti in fiore sono uno spettacolo meraviglioso. I prati si vestono di un verde fresco, appena sfornato. Giro per le vie del paese per incontrare le ultime famiglie in occasione delle benedizioni di Pasqua. Di casa in casa mi accompagnano le parole del Maestro che oggi la liturgia ci regala. Giovanni ci riporta alla notte dell'ultima cena, allo strappo tra Gesù e Giuda, all'annuncio della gloria del Figlio che non ha nulla a che vedere con le piccole glorie di cui noi - spesso - siamo alla ricerca. Il quarto evangelista ci porta ad ascoltare nuovamente l'annuncio del comandamento nuovo di Gesù. "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Ci penso e ci ripenso mentre incrocio i volti sorridenti o affaticati delle famiglie della mia comunità. Raccolgo storie faticose, gioie che riempiono la vita, quotidianità vissuta con dedizione e passione. Consegno tutto alla Sua mano. E intanto continua a ronzarmi per la testa quel "come" detto dal Rabbì di Nazareth. Sì, mi piace davvero il "come" di Gesù. Mi piace perché ci inchioda, perché ci proibisce di accontentarci e giustificarci. Se voglio amare per davvero, se voglio riempire il mio cuore di passione, è a quell'amore che devo guardare. Niente di meno. Sto tentando di amare così? Come Gesù? Sto tentando di amare nella verità, senza piccolezze e menzogne, senza calcoli e previsioni di ritorni, senza aspettarmi nulla? Sto tentando di amare con tutta l'intelligenza del cuore e tutta la passione della carne? Mi piace davvero questo "come" di Gesù, perché non solo ci dice che Lui è il modello dell'amore, ma pure la fonte! Modello perché ci mette davanti agli occhi il capolavoro a cui dobbiamo tendere, ma soprattutto ci dice che Lui è la fonte del mio amore. Amo perché mi sono sentito investito dal Suo amore che mi cambiato la vita. Mi dono perché ho percepito la Sua passione infinita per me. Condivido perché in Lui mi sono ritrovato fratello. Perdono perché il suo amore mi ha rimesso a nuovo e rialzato dalle mie fatiche. Questo è davvero fantastico, perché ci ricorda (e quanto ci fa bene!) che l'amore cristiano non parte da uno sforzo titanico, ma dallo stupore di un Amore eccedente da cui mi trovo investito. La vita cristiana è l'esperienza di questo anticipo gratuito e sorprendente dell'amore, che non posso tenere per me, che devo condividere, che devo donare perché l'ho ricevuto come un dono e non posso tenerlo per me. Da questo amore, dice Gesù, tutti capiranno che siamo Suoi discepoli. Non ci sono altre vie. Da un amore che lascia intravedere Lui, tutti sapranno che siamo discepoli del Risorto. Forse ci stiamo preoccupando di troppe cose, consumiamo energie per conservare poteri e presenze che hanno davvero poco di evangelico. Ci alleniamo in tecniche politiche e strategie di convinzioni. Ci arrocchiamo in bastioni ben protetti per difenderci, spiegare e dimostrare. Ma del comandamento nuovo di Gesù che ne abbiamo fatto? Nelle nostre efficientissime comunità, nelle nostre riunioni (troppe...) e programmazioni, nelle scelte importanti, qual è la temperatura dell' amore fraterno? Abbiamo bisogno di ritornare lì, di mettere l'amore - il Suo - al centro della nostra vita cristiana.

Buona Settimana
don Roberto Seregni
Conducimi dove vuoi, Signore, e dammi la tua pace. Tu sei il mio Pastore, non temo nulTi amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. Nel mio affanno invocai il Signore, nell'angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido. Abbassò i cieli e discese. Stese la mano dall'alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene. Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, la tua destra mi ha sostenuto, la tua bontà mi ha fatto crescere (salmo 17).
Nei secoli le comunità cristiane hanno fatto troppo spesso a gara nel costruire segni sempre più grandi e magnifici della propria identità. Questo ha prodotto opere d'arte di una bellezza smisurata, ma non è certo in queste opere materiali che possiamo confidare per continuare a trasmettere la fede e la testimonianza di Gesù. Ce lo dice Gesù in modo molto diretto e sorprendentemente attuale: da come vi amate mostrate al mondo chi sono io e il vostro legame con me. E l'amore davvero supera ogni barriera, anche quella a volte restringente dei simbolismi religiosi. Amando e prendendomi cura del prossimo non solo testimonio la mia fede in Gesù, ma mi fa incontrare Gesù in ogni uomo che come me cerca di amare, di qualsiasi cultura razza e religione appartenga.

Disegno di Sergio Toppi

Deve lo scrittore essere penetrato del contenuto del libro divino per poterlo trasfondere! E vi giungerà se avrà la costanza d fare, della Bibbia, la sua lettura e la sua meditazione quotidiana, sotto la guida della Chiesa (AE, 163).

L’amore è la carta d’identità del cristiano, è l’unico “documento” valido per essere riconosciuti discepoli di Gesù. L’unico documento valido. Se questo documento scade e non si rinnova continuamente, non siamo più testimoni del Maestro. Allora vi chiedo: Volete accogliere l’invito di Gesù a essere suoi discepoli? Volete essere suoi amici fedeli? Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l’amore concreto; non l’amore “nelle nuvole”, no, l’amore concreto che risplende nella sua vita. L’amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell’amore fa una telenovela, un teleromanzo. Volete vivere questo amore che Lui ci dona? Volete o non volete? Cerchiamo allora di metterci alla sua scuola, che è una scuola di vita per imparare ad amare. E questo è un lavoro di tutti i giorni: imparare ad amare.

Piazza San Pietro - Domenica, 24 aprile 2016

Uno scolaro domandò a Rabbi Shmelke: «Ci è comandato di amare il nostro prossimo come noi stessi. Come posso farlo se egli mi ha fatto un torto?». Il Rabbi rispose: «Devi comprendere queste parole nel loro giusto significato, che è: ama il prossimo tuo come qualcosa che tu stesso sei. Tutte le anime infatti sono una cosa sola; e ognuna è una scintilla dell'anima originale, che è insita in tutte le anime allo stesso modo come la tua anima è compenetrata in tutte le tue membra. Può accadere che la tua mano si sbagli e ti colpisca. Ma prenderai tu forse allora un bastone e la castigherai per la sua mancanza di comprensione, accrescendo così il tuo dolore? Lo stesso si applica al tuo prossimo, che con te forma un'anima sola: se egli, per ignoranza, ti fa un torto e tu lo punisci, non fai che colpire te stesso». Ma quello insisteva: «Ma se vedo che un uomo è malvagio al cospetto di Dio, come potrò amarlo?». Gli rispose il Rabbi: «Ignori forse che l'anima primordiale scaturì dall'essenza di Dio e che l'anima di ogni uomo è una parte di lui? E non avrai allora pietà di quell'uomo, vedendo che una delle sue scintille si è smarrita ed è quasi spenta?».
Martin Buber

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