Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Il British Museum di Londra possiede una collezione di 8 milioni di oggetti. Tra questi c'è un gigantesco tamburo ricavato dal tronco di un albero (mzinga) che nel 1902 fu sottratto alla tribù dei Pakomo, popolazione africana che vive sulle rive del fiume Tana, in Kenia, dalle parti dove si sono perse le tracce di Silvia Romano, l'operatrice umanitaria italiana rapita nel 2018. Il suono potente di Ngadji (il nome del tamburo sacro) richiamava gli indigeni di villaggio in villaggio, come la voce potente di un leone, e dava potere al re. A trafugarlo fu un certo Jens J. Anderssen, detto il Toro, incaricato di sorvegliare la popolazione locale, che all'epoca era colonia britannica. Ora Sua Maestà Makorani-a-Mungase, re dei 200 mila Pakomo, dopo 117 anni, rivuole indietro il tamburo da Sua Maestà Elisabetta II, regina d'Inghilterra. Ma la Regina inglese, sarà per l'età, da questo orecchio non ci sente. Ho raccontato questo fatto di cronaca, apparso l'estate scorsa, a un bambino vivacissimo, Mariolino, come se fosse una favola (Mariolino e il fratellino Domenico sono due fan del cartone animato Il Re Leone). E poi gli ho chiesto come avrebbe risolto lui la questione. Mi ha risposto con un lunghissimo ruggito, groarrrrrrr, digrignando i denti e facendo una faccia arrabbiata e buffa. La storia del tamburo dei Pakomo, in verità, mi ha riportato alla mente Giuda, uno dei dodici figli di Giacobbe, definito «il Leone» (Gn 49, 8-12), dalla cui stirpe nasce Davide, e da Davide il Messia. «Il leone della tribù di Giuda», inoltre, è colui che nell'Apocalisse di San Giovanni scioglie i 7 sigilli e apre il Libro della rivelazione, cioè il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, nato da donna, morto e risorto per noi. Chi racconterà ai ragazzi la storia del «nostro re leone»? Don Erio Castellucci, l'Arcivescovo, lo sta facendo con la sua lettera pastorale «Se tu conoscessi il dono di Dio» sull'iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi. Molto interessante il capitolo numero tre, intitolato «Un giudeo assetato». Gesù e la donna Samaritana sono giunti ambedue al pozzo di Giacobbe nell'ora calda di mezzogiorno. E Gesù, prima di rivelarsi alla donna, le chiede da bere. È assetato, bisognoso. Non dichiara altro che la propria sete. Per questo la donna, pur avendo riconosciuto in lui un giudeo ostile alla sua gente, si sente collocata in alto, si sente importante, e lo «accoglie». «San Giovanni sa raccontare bene i fatti di Gesù che gradualmente rivela se stesso e si fa accogliere. Il Signore non è presuntuoso come qualcuno che conosco», mi fa il Gallo del mattino, per mettermi alla prova. «Ehm... certe volte devo darti ragione. E tu, sputasentenze, alla Regina d'Inghilterra non hai nulla dire a proposito del sacro Ngadji?» «Che glielo ridia questo tamburo ai Pakomo! Così le foreste potranno risentire la sua voce, simile a quella di un simba custode del creato, e poi che brexit sia!». «Bravo, scacco alla Regina».

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«Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
I discepoli ammirano l’architettura del tempio. Gli occhi di Gesù si spingono più in là: egli vede la distruzione di Gerusalemme, i cataclismi naturali, i segni dal cielo, le persecuzioni della Chiesa e l’apparizione di falsi profeti. Sono manifestazioni della decomposizione del vecchio mondo segnato dal peccato e dalle doglie del parto di nuovi cieli e di una terra nuova. In tutte le pressioni e le estorsioni esercitate sulla Chiesa, noi non dovremmo vedere qualche cupa tragedia, perché esse purificano la nostra fede e confortano la nostra speranza. Esse sono altrettante occasioni per testimoniare Cristo. Altrimenti il mondo non conoscerebbe il suo Vangelo né la forza del suo amore. Ma un pericolo più grande incombe su di noi: si tratta dei falsi profeti che si fanno passare per Cristo o che parlano in suo nome. Approfittando delle inquietudini e dei rivolgimenti causati dalla storia, i falsi profeti guadagnano alle loro ideologie, alle loro idee pseudo-scientifiche sul mondo e alle loro pseudo-religioni. La vera venuta di Cristo sarà invece così evidente che nessuno ne dubiterà. Gesù incoraggia i suoi discepoli di ogni tempo a rimanere al suo fianco sino alla fine. Egli trasformerà tutte le infelicità, tutti i fallimenti e persino la morte del martire in risurrezione gloriosa e in adorazione.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Dalla Parola del giorno
«Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Nemmeno un capello
Ormai alla fine di questo anno liturgico, pronti a celebrare la regalità crocifissa di Gesù, la liturgia ci propone un brano duro da digerire. Si tratta di un testo appartenente al genere letterario chiamato "apocalittico". Esso indica - anche attraverso un linguaggio a tinte forti e per certi versi paradossale - non qualcosa di spaventoso o di catastrofico, ma una rivelazione nascosta. Nascosta non perché brutta o terribile, ma perché custodita gelosamente nel cuore di Dio. Ciò che sappiamo è che tutta la nostra storia, l'amore che abbiamo donato e condiviso, le relazioni in cui abbiamo investito tutta la nostra vita, sono lanciate verso un fine ben preciso che è la pienezza della vita, che è la realizzazione compiuta e della nostra persona. Siamo incamminati verso il fine della nostra vita e non solo verso la sua fine. Gesù non esaudisce le nostre curiosità, non consegna date o riferimenti precisi, non spiega come o quando verrà la fine, ma vuole spostare la nostra attenzione sul come ci si prepara. Tutto questo è molto importante: non deve essere il quando o il dove della fine del tempo a incuriosire o, peggio ancora, ad occupare le energie dei discepoli. La nostra attenzione dev'essere tutta sul come. Come sto vivendo? Vivacchio, sopravvivo, mi lascio vivere o cerco la pienezza per cui sono stato creato? Come gestisco il tempo? Lo sciupo, lo riempio a dismisura, lo rincorro o cerco di viverlo in tutta la sua ricchezza come un dono di Dio? Come leggo gli avvenimenti della storia? Mi lascio illuminare dal caso o chiedo allo Spirito il dono di ricomporre in unità e rintracciare un senso negli avvenimenti della storia? Domande toste, lo so, ma ci riportano al centro della fede. La cosa che mi colpisce e mi affascina di questo testo è la conclusione. Dunque: ci saranno guerre, prigionie, tradimenti e persecuzioni, ma - attenzione - non un solo capello ci verrà strappato! Che spettacolo... Attraverseremo insidie, dolori, delusioni, menzogne, ma nessuno avrà potere su di noi, nessuno potrà torcerci un capello. Ripenso al canto d'amore di Isaia 43: passeremo tra il fuoco e le fiamme e non ci scotteranno, attraverseremo fiumi impetuosi e non annegheremo, perché siamo prezioso agli occhi di Dio, Lui è con noi e noi siamo suoi! Coraggio, fratelli! Nelle nostre piccole o grandi apocalissi personali o comunitarie, lasciamoci accompagnare da questa certezza: nessuno ha potere su di noi, perché siamo nelle mani del Dio della vita.

Buona Settimana
don Roberto Seregni

Pietà di me Signore, fragile e peccatore. Consolami, aumenta la mia fiducia nelle tue parole. Il tuo Spirito mi illumini e mi preservi dalle suggestioni del male. Che io non mi inganni ascoltando altre voci. Dammi forza per compiere il bene e non aver paura degli oltraggi. Signore, intanto che aspetto la tua venuta, fammi dono della costanza. Sempre perseveri nella speranza. Amen.

Non resterà pietra su pietra di tutto quello che ammirate... ... quante amarezze si possono provare strada facendo! Pietre edificate che cadono e scompaiono insieme con le speranze in loro riposte... Impariamo ad ammirare ciò che non tramonta, ciò che nell'uomo resta al di là di tutto, impegniamoci a stare dentro la vita, non accontentiamoci di restare sulla soglia, quel mormorio di brezza leggera che anima la voce interiore di ciascuno porterà refrigerio alle nostre stanche e deluse attese. Andiamo a raccogliere le pietre che ci sono cadute addosso: il senso della "disfatta" è ancora lì, disponibile ad essere letto. E potremo ancora impiegarle per edificare la nostra umanità.

Disegno di Sergio Toppi

L'apostolato è una gran luce ed una grande carità che si mostra per l'eccesso; come una vasca versa quando è troppo piena (RdA, 252).

«...Tutti i battezzati quaggiù sulla terra, le anime del Purgatorio e tutti i beati che sono già in Paradiso formano una sola grande Famiglia. Questa comunione tra terra e cielo si realizza specialmente nella preghiera di intercessione. Cari amici, abbiamo questa bellezza! È una realtà nostra, di tutti, che ci fa fratelli, che ci accompagna nel cammino della vita e ci fa trovare un’altra volta lassù in cielo. Andiamo per questo cammino con fiducia, con gioia. Un cristiano deve essere gioioso, con la gioia di avere tanti fratelli battezzati che camminano con lui; sostenuto dall’aiuto dei fratelli e delle sorelle che fanno questa stessa strada per andare al cielo; e anche con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che sono in cielo e pregano Gesù per noi. Avanti per questa strada con gioia!»

UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro Mercoledì, 30 ottobre 2013

La Bibbia e la forchetta

C'era una donna alla quale era stata diagnosticata una malattia incurabile e a cui avevano dato solo tre mesi di vita. Decise allora di "mettere in ordine tutte le sue cose". Contattò un sacerdote e lo invitò a casa sua per discutere alcuni aspetti delle sue ultime volontà. Gli disse quali canti voleva che si facessero durante il suo funerale, quali letture si dovevano tenere ed il vestito con il quale doveva essere sepolta. Chiese anche di essere seppellita tenendo in mano la sua Bibbia preferita. Tutto era stato detto e il sacerdote se ne stava già per andare quando la donna si ricordò di qualcosa che per lei era molto importante. "C'è ancora qualcosa" disse eccitata. "Di che si tratta?" domandò il sacerdote. "Questo è molto importante", rispose la donna. "Chiedo di essere sepolta con una forchetta nella mia mano destra". Il sacerdote rimase impassibile, guardando la donna, senza sapere che cosa dire. "La sorprende?", domandò la donna. "Beh, per essere sincero, la cosa mi lascia perplesso", disse il sacerdote. La donna spiegò: "Tutto le volte che ho partecipato a qualche pranzo speciale, ricordo che, dopo aver ritirato i piatti delle pietanze, qualcuno diceva sempre: "Tenete la forchetta". Era ciò che aspettavo perché sapevo che il meglio doveva ancora venire... dolce al cioccolato, marzapane... qualcosa di meraviglioso e di molto nutriente". Desidero che la gente mi veda nella mia bara con la forchetta in mano perché si chieda: "Che se ne fa della forchetta?". Allora lei dovrà dire: "Se ne andò con la forchetta perché per lei il meglio doveva ancora venire". Gli occhi del sacerdote si riempirono di lacrime mentre abbracciava la donna congedandosi. Sapeva che sarebbe stata l'ultima volta che la vedeva prima della sua morte. Sapeva tuttavia anche che la donna aveva un'idea più bella del cielo della sua. Sapeva infatti che qualcosa di meglio stava per venire. Durante il funerale la gente che passava davanti alla bara della defunta vide la Bibbia e la forchetta che teneva nella mano destra. Più volte il sacerdote udì ripetere la domanda: "Ma che fa con la forchetta in mano?" e più volte sorrise. Durante l'omelia il sacerdote riferì ai presenti la conversazione tenuta con la donna poco prima di morire. Parlò loro della forchetta e di che cosa significasse per lei. Era un segno bellissimo del modo con cui la donna intendeva la sua morte. La prossima volta che prendi in mano una forchetta non dimenticarti che il meglio deve ancora venire.

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