Disegno di Sergio Toppi

«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura»(Mc 16, 15). «Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26).

Si chiama Maria, anzi suor Maria e piange. Proviene dallo Sri Lanka e appartiene all'Istituto Divina Provvidenza, le religiose che si dedicano alla cura delle sordomute. È già passata una settimana dalla domenica di Pasqua, 21 aprile, quando sono avvenute le stragi nello Sri Lanka, Paese del sud est asiatico, con 321 morti, oltre 500 feriti, e distruzioni rivolte a chiese cristiane e a Hotel di lusso. La rivendicazione è dell'Isis. Suor Maria, e altre due sorelle dello stesso Paese, lontane da casa, stanno ancora piangendo. <<E tu che hai fatto?>> mi chiede il Gallo del mattino. <<Ho commentato le Parole di Pietro riportate negli Atti degli Apostoli, al capitolo 2, versetti 22-24>>. Sono l'accusa e l'annuncio di Pietro ai Giudei per i fatti avvenuti a Gerusalemme durante la Pasqua: <<Gesù di Nazaret l'avete inchiodato sulla croce e ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato>>. Era il giorno di Pentecoste dell'anno 33, ma quelle parole risuonano ancora attuali. Osservo perplesso il nostro Gallo, come spesso fa, quando le mie risposte sono insufficienti. Lui voleva capire come si può ridare gioia a un cuore afflitto. Voleva che parlassi della “Domenica in albis”, la domenica della gioia pasquale dei neo battezzati, che anticamente sfilavano la domenica successiva alla Pasqua indossando tuniche bianche, non sporche di sangue. Mi sono allora concentrato sulle lacrime. Quelle di Maria Maddalena al sepolcro erano lacrime di dolore, ma che si sono trasformate in pianto di gioia per l'incontro insperato con il Rabbuni, il Maestro buono, il Risorto. Le lacrime di tutte le <<altre>> Marie, incontrate oggi, invece, sono ancora di sconforto infinito. <<Ti propongo un itinerario per entrare nel sepolcro pasquale dello Sri Lanka>>, mi suggerisce il Gallo, il cui antenato ha visto piangere San Pietro. <<Il percorso è questo: asciuga le lacrime; interpreta il pianto della Maddalena; e vai all'anagrafe>>. Sono entrato all'anagrafe attraverso internet. Nessun dato aggiornato in Italia riferito al 2019. Anzi no. <<La ‘gara’ per il primo nato dell’anno 2019 vede in testa Michele Lario, venuto alla luce esattamente un secondo dopo la mezzanotte all’Ospedale San Carlo di Potenza, figlio di mamma Laura e di papà Antonio, 4 chili di peso. La clinica Santa Famiglia di Roma ha invece reso nota la nascita, 50 secondi dopo lo scoccare della mezzanotte, di Tancredi, 3 chili di peso, primo figlio di Giulia, 34enne di Faenza>>. Faccio due calcoli veloci: 2 nascite al minuto sarebbero 1 milione e 51mila e 200 bambini all'anno. No, non funziona. Nel 2018 ne sono nati solo 449mila in Italia. Mi sono ricordato allora di Giovannino Guareschi e di Don Camillo, in Russia, arrivato là sotto mentite spoglie. Sta origliando di notte sotto una finestra, quando sente il pianto di un bambino appena nato. Sorride, con tutta la dentiera messa a disposizione da Fernandel, e commenta: <<Piangono tutti allo stesso modo>>. È vero, il pianto è la soglia della vita, non della morte. At salut.

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«Otto giorni dopo venne Gesù».
Partecipando al sacrificio della Messa, noi ascoltiamo ogni volta le parole di Cristo che si rivolge agli apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Inoltre, imploriamo il Signore di concederci “unità e pace secondo la sua volontà” e di donare “la pace ai nostri giorni”. Ogni volta che apparve agli apostoli Cristo, dopo aver vinto la morte, augurò la pace, sapendo quanto tutti loro la desiderassero. Nel conferire agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha portato la pace nell’anima inquieta dell’uomo. L’anima creata da Dio ha nostalgia di Dio. La pace con Dio è il fondamento della pace tra gli uomini. Liberato dalla schiavitù del peccato, l’uomo è in pace, ha l’anima in festa, in pace. La pace regna sui cuori puri. È partendo dalla pace interiore, quella del cuore, appoggiandosi ad essa, che si può stabilire la pace esteriore: in famiglia, fra vicini, in seno alla Chiesa, tra i popoli. Dio chiama tutti gli uomini ad unirsi al suo popolo unico. Il suo desiderio, che è di riunire tutti gli uomini in seno ad un’unica comunità per salvarli, è già espresso nell’Antico Testamento. Gli Ebrei capirono di essere un popolo unico nella lontana notte di Pasqua in cui Dio li separò dagli Egiziani ed indicò loro la Terra promessa. La Pasqua viene per ricordare questo avvenimento alle generazioni successive: in questo giorno ogni ebreo ha il sentimento di essere di nuovo condotto fuori dall’Egitto per essere salvato. Allo stesso modo, il nuovo popolo di Dio è nato il giorno di Pasqua, quando la concordia eterna fu rinnovata e suggellata dal sangue del Figlio di Dio. Questo popolo creato da Cristo è precisamente la Chiesa. Gli uomini assomigliano a piccoli universi, chiusi e segreti. Dio li ha creati così. Ciò nonostante, il Creatore ha dato agli uomini anche il gusto di riunirsi in gruppi, di vivere, di lavorare, di creare in comune. Dio ha voluto allo stesso tempo assicurare loro la salvezza in quanto comunità, la salvezza del suo popolo. Accettare la salvezza promessa da Dio significa nello stesso tempo integrarsi al nuovo popolo riunito da Cristo, in seno al quale tutti usano i medesimi strumenti della grazia, cioè i sacramenti, scaturiti dalla Passione di Cristo. In diversi momenti, il Nuovo Testamento designa Cristo come il volto visibile di Dio, l’immagine del Padre, il suo segno (Col 1,15; Gv 1,18). Cristo è come un sacramento che significa e trasmette l’amore del Padre. È un segno carico di significato e di forza di salvezza; in lui si trovano riuniti il perdono del Padre e la filiazione. In questo senso, Cristo appare come il primo sacramento nato dall’amore di Dio, la fonte di tutti i sacramenti. I sacramenti possono esistere solamente perché in loro Cristo stesso è presente ed agisce. Come una madre premurosa, la Chiesa si sforza di spiritualizzare tutta la vita dei suoi figli e delle sue figlie. Vivere la spiritualità, provare la pace dell’anima è tentare di dare un carattere divino al quotidiano attraverso il flusso di grazie, di sapienza, di sentimenti, di consolazione che viene da Dio. Per ottenere la salvezza, egli ci fa pervenire, in un modo o nell’altro, a raggiungere Cristo. Ci fa camminare la mano nella mano con i figli del popolo di Dio, ci dirige verso un destino comune sotto l’egida di Cristo che si occupa di noi, ci perdona, ci santifica e ci concede la pace.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

«Otto giorni dopo venne Gesù».
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Dalla Parola del giorno
«Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente».

Tommaso, nostro gemello
E' la sera del giorno di Pasqua. Le donne hanno riportato la notizia sconvolgente dell'angelo, ma i discepoli hanno paura. Stanno blindati nel cenacolo, nascosti, chiusi nella loro incredulità e delusione. Ma in questo rifugio, dominato dalla paura, si presenta il Signore Risorto. Le porte chiuse non lo fermano, l'incredulità non arresta il desiderio di incontrare i suoi discepoli. Essi temono che il Signore sia arrabbiato con loro, hanno la coscienza sporca perché sanno di aver abbandonato il loro maestro proprio nel momento più duro. Ma Gesù - il grande Gesù - non porta rancore: annuncia la pace e dona lo Spirito per la remissione dei peccati. Questo incontro è un bellissimo annuncio: le nostre chiusure non fermano il Risorto! La Sua luce entra nelle nostre tenebre, il Suo amore è più forte delle nostre paure, la Sua presenza riempie la nostra solitudine! Il Risorto va a incrociare i suoi nel loro sepolcro e li invita al cambiamento, al grande passaggio della Pasqua: dalla paura alla gioia, dal sepolcro alla strada, dalla delusione al coraggio. L'evangelista Giovanni ci dice chiaro e tondo che la presenza del Signore risorto è una certezza che deve sempre accompagnare la vita della comunità cristiana. Non importa quante cadute o fallimenti ti hanno inchiodato alla delusione, Lui c'è! Non importa quanti peccati o tradimenti hai incolonnato nella tua vita, Lui c'è! Non importa quante debolezze o fragilità hanno prosciugato la tua autostima, Lui c'è! Questa è la certezza di cui vive il discepolo del Signore Risorto. Tommaso non c'era quella sera e di ritorno al fortino dei discepoli riceve l'annuncio della visita del Risorto. Povero Tommaso... anche Lui vuole vedere il Signore, anche Lui come le donne e gli altri discepoli vuole rivedere il Risorto! Ogni volta che rileggo l'incontro di Tommaso con Gesù, mi rendo conto che questo discepolo davvero ci assomiglia, non per nulla è chiamato Didimo, che significa "il gemello". Tommaso è gemello di ciascuno di noi, increduli, incapaci di fiducia, sempre alla ricerca di una prova da toccare, da vedere, da investigare. Tommaso è gemello della nostra incredulità chiamata alla fede, delle nostre chiusure da aprire alla beatitudine del Risorto: "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto". Animo, fratelli, il Signore è Risorto e viene a farci visita nei nostri sepolcri di incredulità, ci stana, ci raggiunge nelle nostre distanze e solitudini per proporci un nuovo gemellaggio con Lui, fratelli del Risorto, per vivere da uomini nuovi!

Buona Settimana
don Roberto Seregni
Dammi o Signore, di "essere pace" nello scorrere dei miei giorni con i loro impegni difficoltà e gioie. Dammi la consolazione di annunciare Te, perdendo di vista me stessa come un fiocco di neve che, sceso sul ramo, si scioglie presto.
Abbiamo un compito grande con le nostre piccole azioni quotidiane che devono contenere sempre di più tracce del Vangelo. Non siamo chiamati a fare miracoli ma siamo chiamati a disseminare di segni evangelici quello che diciamo e facciamo ogni giorno. In questo modo, il racconto del Vangelo si dilata oltre lo scritto che è giunto a noi nei secoli, e diventa attuale e continuamente scritto e riscritto, da noi.

Disegno di Sergio Toppi

Andate e amate la parrocchia dove andate. Amate tutti senza distinzione: sono tutti creature di Dio, anime redente dal sangue di Gesù Cristo e anime alle quali il Signore tiene il paradiso aperto, e voi avete da accompagnarle... Possedere un cuore come il cuore di Gesù buon Pastore, un cuore tutto acceso di amore al Padre celeste e tutto per le anime (AAP58, 358).

«Pace a voi!» (v. 21): è il saluto che Cristo porta ai suoi discepoli; è la stessa pace, che attendono gli uomini del nostro tempo. Non è una pace negoziata, non è la sospensione di qualcosa che non va: è la sua pace, la pace che proviene dal cuore del Risorto, la pace che ha vinto il peccato, la morte e la paura. È la pace che non divide, ma unisce; è la pace che non lascia soli, ma ci fa sentire accolti e amati; è la pace che permane nel dolore e fa fiorire la speranza. Questa pace, come nel giorno di Pasqua, nasce e rinasce sempre dal perdono di Dio, che toglie l’inquietudine dal cuore. Essere portatrice della sua pace: questa è la missione affidata alla Chiesa il giorno di Pasqua. Siamo nati in Cristo come strumenti di riconciliazione, per portare a tutti il perdono del Padre, per rivelare il suo volto di solo amore nei segni della misericordia.

Piazza San Pietro – Domenica in Albis, 3 aprile 2016

Un giovane era seduto da solo nell'autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino. Aveva poco più di vent'anni ed era di bell'aspetto, con un viso dai lineamenti delicati. Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente: «Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa». Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov'era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta. Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo, disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono. Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell'autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare. Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall'autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull'autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita. Mentre l'automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco. Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: «Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino». L'autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide l'albero. Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò: «Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l'albero di nastri bianchi». Siamo più simili a bestie quando uccidiamo. Siamo più simili a uomini quando giudichiamo. Siamo più simili a Dio quando perdoniamo.
fonte non specificata

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